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Potrebbe sembrare un’esagerazione sostenere che l’Italia è la principale nemica dell’Italia. Ma la lista dei casi in cui il Belpaese rema contro se stesso può riempire un’intera biblioteca. L’ultimo volume riguarda la riforma degli appalti, sempre più complicata e sempre più esposta alle interpretazioni e ai capricci del ceto burocratico. Ma il grosso dei tomi sulle nostre contraddizioni permanenti riguarda l’Unione Europea, una volta ritenuta un dogma inattaccabile e oggi considerata un’eresia inaccettabile.
Esaminiamo le due principali questioni che tengono banco tra Bruxelles e le altre capitali del Vecchio Continente: l’unione bancaria e la solidarietà di bilancio (in primis il Fondo salva-stati).

Sulla carta tutti, in Europa, vorrebbero la creazione di uno strumento che faccia da polizza assicurativa per i depositi bancari, ma i Paesi più virtuosi vorrebbero pure che l’Italia accelerasse il processo di risanamento delle sue banche, le cui sofferenze corrispondono al 10 per cento degli attivi, mentre i crediti inesigibili nelle nazioni più solide non superano il 3 per cento. Invece, cosa fanno i governanti italiani, non da oggi? Anziché dare risposte credibili e illustrare un piano di rientro fattibile e convincente, si mettono a urlare peggio che in una fiera paesana, inveendo contro gli istituti di credito esteri e i loro governi di riferimento. Eppure i numeri sono quelli. Impietosi per lo Stivale. Il peso del debito, specie di quello difficilmente recuperabile, fa male a tutti, agli Stati come alle banche, come a tutte le altre aziende.

Idem il discorso sul bilancio dell’Unione, che è l’altra faccia del Fondo salva-stati. Se nessuno, in Italia, vuole dare garanzie sulla riduzione dell’indebitamento pubblico, come si può pretendere che gli europartner facciano finta di nulla e non debbano pretendere, invece, impegni concreti, da parte nostra, sulla ristrutturazione della finanza statale? Eppure, sembra che sia solo colpa dell’Europa cinica e odiosa se l’Italia arranca come un ciclista con le ruote sgonfie. Hai voglia a ripetere che, dopo la Brexit, il principale spauracchio per l’Europa resta il debito pubblico italiano, e che, se l’euro e l’Unione esplodessero, le schegge più bollenti colpirebbero innanzitutto la Penisola. Nulla da fare. L’anti-europeismo è così forte da incoraggiare la paranoia di massa e da ignorare ogni richiamo al senso di realtà e all’etica della responsabilità.

Anche la riforma degli appalti si aggiunge ai capitoli dell’incoscienza nazionale. In Italia si investe poco e si realizzano poche (grandi) opere. Servirebbe un colpo di acceleratore, non foss’altro che per ridurre l’esercito dei disoccupati. Macché. Anziché sburocratizzare un settore chiave per l’economia nazionale, si preferisce procedere in senso opposto: intasando vieppiù il viavai delle procedure, fino al punto da trasformare ogni proposito «sbloccacantieri» in un preambolo «bloccacantieri». Gli articoli si moltiplicano come conigli quando si legifera nel mondo degli appalti. Il che, teoricamente, deriva dalla volontà di bonificare il sistema, ma si traduce, in concreto, nella beffa di impaludarlo definitivamente, con tanti saluti ai proclami contro la corruzione (più trafile più tangenti) e contro i ritardi nella consegna dei lavori. Poche cifre: il nuovo regolamento del codice degli appalti sale da 220 a 273 articoli: altri corridoi di un labirinto normativo già proibitivo, a prova di filo d’Arianna e di navigatore satellitare. Uno scenario più eccitante del regno di Bengodi per i veri sovrani del Paese - ossia i burocrati - etichettati in un recente libro di Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri come «I signori del tempo perso».

Ha del paradossale, oltre che dell’incredibile, l’atteggiamento della classe politica italiana. Costei fa la voce grossa con l’Europa pretendendo quell’indulgenza che nemmeno nelle famiglie improntate a buonismo genitoriale è così diffusa, mentre si arrende, come una foglia all’autunno, davanti allo strapotere della pubblica amministrazione, che è così forte non soltanto da resistere a ogni riforma, ma anche da ribaltare in controriforma lentocratica ogni tentativo teso ad accelerare i vari passaggi burocratici.
E pensare che l’intangibilità della pubblica amministrazione non è estranea alla salita del debito pubblico (esecrato dall’Europa) oltre che alla paralisi infrastrutturale del Paese. Eppure, nonostante tutto, la burocrazia rimane intoccabile, anzi non c’è intervento che non ne allarghi il già debordante potere (spesso discrezionale). Una giostra perversa. La burocrazia costituisce il principale ostacolo alla crescita dell’Italia. La crescita zero o la decrescita sono le principali alleate del debito pubblico. L’Europa non si stanca mai di richiamarci sul debito, sollecitando, in tal senso, un bel taglio con le forbici. Ma l’Italia, anziché recidere, dà sempre una nuova mano alla Casta burocratica, la cui mentalità e la cui condotta si sposano alla perfezione con la sub-cultura del debito. Si può essere così contraddittori e autolesionisti? Si può. Sta arrivando il 2020. Che il Signore ce la mandi buona.

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