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Manette agli evasori, ceppi alle imprese

Le imprese diventano responsabili per i reati tributari compiuti dai propri dipendenti quando ne hanno conseguito un vantaggio

Manette agli evasori, ceppi alle imprese

Allo slogan "manette agli evasori" manca solo il battesimo dell’Accademia della Crusca. È entrato infatti a far parte del linguaggio quotidiano, oltre ad accompagnare soavemente le performances politico-parlamentari e dei governi nazionali senza alcuna differenza cromatica, latitudinale o longitudinale. È del 1982 il debutto della formula magica con cui si intendeva debellare un fenomeno cronico che assilla la nostra Penisola da tempo immemorabile, stante una congenita riluttanza degli italiani a fornire allo Stato la benzina indispensabile per farlo funzionare. Alla base, un altrettanto radicato scarso senso dello Stato, che un secolo e mezzo di storia patria ha appena scalfito.

Oggi l’espressione viene declinata anche in una differente accezione. "Manette alle imprese", o forse sarebbe meglio dire "ceppi alle aziende" (più solidi delle manette, i ceppi erano un particolare tipo di gogna in auge nel Medioevo con cui si esponeva l’inquisito al pubblico ludibrio). I riflettori non sono puntati sui singoli, ma su chi svolge attiva d’impresa in forma collettiva.

Si parla di responsabilità giuridica delle imprese – una sorta di responsabilità penale che contraddice il tradizionale canone societas delinquere non potest –, opportunamente introdotta nel nostro ordinamento una ventina di anni orsono ma sempre più spesso fuorviata nella sua natura, con effetti talora devastanti per chi lavora onestamente in aziende cui gli illeciti sono riferiti.
È il caso degli emendamenti al decreto fiscale approvati l’altro ieri in Commissione Finanze alla Camera che, oltre ad elevare sensibilmente le sanzioni pecuniarie e a prevedere il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, introducono l’esclusione dai finanziamenti pubblici (o la revoca dei contributi già concessi). La gamma delle fattispecie di reato imputabili all’azienda si è notevolmente ampliata, inglobando la maggior parte dei reati in materia tributaria. Ne consegue che moltissime imprese difficilmente potranno partecipare a gare ed appalti pubblici. Anche l’area cautelare viene estesa.
Le imprese, inoltre, diventano responsabili per i reati tributari compiuti dai propri dipendenti quando ne hanno conseguito un vantaggio. In sostanza, una sorta di presunzione (assoluta) di colpevolezza: l’impresa non poteva non sapere che il suo dipendente stava agendo in violazione delle norme tributarie avendo da quella violazione tratto un vantaggio. Vi è, insomma, un sodalizio criminale occulto che non occorre dimostrare in sede giudiziaria, con buona pace dell’abc della giurisdizione.
Ma tant’è. Sono altri i venti che oggi spirano. Fustigare è meglio che accertare.
Tutti a gioire, allora, inconsapevoli che – se operanti nel settore privato – i loro destini potranno essere legati alla fortuna di essere stati "reclutati" da un imprenditore onesto o votato all’evasione fiscale, o ancora al fatto che un suo dipendente – ad esempio per esibire bilanci brillanti e conseguire eventuali benefit legati ai risultati – abbia operato contra legem. E con la distorsione, sul piano giuridico, che condotte altrui finiscono per influenzare le sorti di lavoratori integerrimi.
La Confindustria ha lanciato – inascoltata – un grido d’allarme, criticando l’ideologia iper-repressiva che trasuda dal provvedimento e l’ingiustificata criminalizzazione delle imprese. Non meno rilevante è la precarietà legislativa, in quanto i continui interventi minano la certezza del diritto. E l’incertezza (che a volte diviene incoerenza) non giova al sistema impresa.
E che dire del danno reputazionale che un’indagine comporta nei confronti di un’impresa, visti i tempi biblici che contraddistinguono il nostro processo penale? Il tema, sia chiaro, riguarda chiunque si trovi ad aver a che fare con la macchina giudiziaria per poi risultare innocente. Ma qui assume, per evidenti ragioni, una dimensione diffusa, andando ad incidere sui profitti e potenzialmente – ancora una volta – sui livelli occupazionali, vale a dire su persone – perché di persone si tratta – che prestano la loro opera in totale onestà.
Dispiace che un giurista qual è il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si sia piegato ai desiderata dell’ala giustizialista del governo – quella stessa da sempre ammaliata dalla statalizzazione di tanti settori dell’economia – invece di far prevalere quell’adeguata sensibilità giuridica che sicuramente è nel suo DNA. Così come dispiace che il Pd, per evidenti ragioni di tenuta della maggioranza, abbia assunto un atteggiamento pilatesco.
Ma forse non è solo giustizialismo.
L’universo delle privatizzazioni (di industrie, società pubbliche, beni e servizi pubblici), si legge testualmente nel programma di sviluppo economico dei Cinquestelle, è espressione di un neoliberismo che «pone in essere un sistema economico deviato e predatorio». Il loro nemico pubblico numero uno, insomma, è l’impresa.
E allora? Meglio immobilizzarla. Che ceppi siano.

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