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Mai come oggi si nota una specie di assedio a tenaglia nei confronti della società industriale

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I paradossi della storia economica sono come gli esami di Eduardo De Filippo (1900-1984): non finiscono mai. Il mondo non ha mai conosciuto, nonostante le crisi ricorrenti, un balzo in avanti come quello dell’ultimo trentennio. Eppure mai come adesso la società industriale e post-industriale si trova sotto attacco. Dappertutto. A leggere alcune analisi sembrerebbe che il collasso della libertà economica sia più ravvicinato del Natale e che il modello di sviluppo della civiltà occidentale abbia completato il suo ciclo vitale.
Nessuno è abilitato a fare previsioni apocalittiche che, di solito, hanno il pregio della smentita incorporata, ma mai come oggi si nota una specie di assedio a tenaglia nei confronti della società industriale, che poi significa assedio nei confronti dell’impresa e dell’imprenditore.

Il livore riversato contro la società (post) industriale oggi è di gran lunga più velenoso delle dosi di arsenico di pochi decenni addietro, quando si scontravano due opposte visioni del mondo: la capitalistica e la collettivistica. Ecco. Capitalismo e comunismo si combattevano senza tregua, ma su un punto concordavano: la società industriale non si tocca, nessuno dei due la mette in discussione.
Insomma. Marxisti e liberali litigavano pressoché su tutto, ma convenivano sul fatto che la società industriale rappresentasse una conquista straordinaria, un progresso incredibile e che per nessuna ragione al mondo andava smantellata. L’unica differenza, in materia di produzione di ricchezza, tra le due correnti di pensiero, era che quella marxista assegnava allo Stato la proprietà dei mezzi di produzione e di scambio, mentre quella liberale la assegnava ai privati.

Intendiamoci. Non era una differenza da niente. Anzi. Era quasi tutto. Ma nessuno, ripetiamo, metteva in dubbio i vantaggi della società industriale, con tutti i relativi effetti collaterali. Semmai c’era profonda competizione tra i due modelli politico-economici, ciascuno voleva arrivare prima dell’altro al traguardo, cioè alla supremazia del Pil e del benessere.
Oggi si contano sulle dita di una mano i difensori della società industriale, che poi sarebbe l’impresa. Quasi tutti giocano al bersaglio contro l’impresa e, ovviamente, contro la figura dell’imprenditore che, per alcuni intellettuali, sbaglia o ha torto a prescindere.
Specie in Italia il sentimento anti-impresa è più diffuso dell’odio di campanile. Del resto, è storia risaputa, solo in periodi ristretti la voglia di impresa da noi ha incontrato terreno fertile anziché paletti insormontabili. Ma parliamo di eccezioni temporali, di brevi parentesi.

Del resto la Cultura italiana non ha mai valorizzato la scienza, figuriamoci l’impresa che pure è figlia della tecnologia che a sua volta è figlia della scienza. La cultura scientifica non ha mai goduto presso l’intelligentia nazionale dello stesso prestigio riconosciuto alla cultura umanistica. È sufficiente osservare come vengano tuttora affrontati, specie dopo l’avvento del Web, alcuni temi scientifici. Da tempo è in auge la filosofia dell’uno vale uno, perno del populismo (stavolta scientifico). A nessun organo di informazione verrà mai in testa di ospitare un articolo in cui si sostenga che Dante Alighieri (1265-1321) era un architetto dell’Ottocento. Viceversa se un semi-analfabeta si mette in testa che la medicina alternativa, quella di alcuni santoni rubasoldi, funziona, troverà sempre qualcuno disposto a pubblicare i suoi sfondoni.

La storia dell’Ilva racchiude i due atteggiamenti italici verso la cultura industriale. Il Siderurgico di Taranto venne concepito sul finire degli Anni Cinquanta, in pieno boom economico: era l’unica fase in cui l’impresa italiana, fosse pubblica o privata, arruolava più fan di una rockstar. In quegli anni il Siderurgico (Italsider) era una Divinità di ferro. E, come tale, osannata e idolatrata. Terminata quell’infatuazione, pian piano sull’onda dei disastrosi contraccolpi ambientali prodotti dall’acciaieria, ha preso vigore un sentimento opposto, di netta contrapposizione al «Mostro» di Taranto, ritenuto il responsabile della devastazione territoriale e della dannazione individuale. Cosicché, chi coltiva, e sono tanti, pregiudizi anti-industriali, ha trovato nelle vicende dell’ex Ilva la conferma più legittimante e plausibile delle proprie convinzioni ostili all’impresa.
Ovviamente, questa cultura che non comprende l’impresa non si esaurisce nel circuito di un convegno. Fa strada ovunque. Sbarca in Parlamento. Seduce quasi tutte le forze politiche. Si traduce in codici, leggi, regolamenti. Che, a loro volta, finiscono di ingessare il mondo dell’economia, quasi che ci trovassimo nel pieno di una guerra militare, con uno Stato provvisto di ogni potere.

Il guaio è che la crescita del sentimento anti-industriale non è mai innocuo. Il più delle volte contribuisce a contagiare anche i tifosi dello Stato imprenditore, le cui certezze (dei tifosi) cominciano a vacillare di fronte a campagne informative contrarie all’istituzione Impresa.
Viene da domandare: come si esce dalla stagnazione se un giorno sì e l’altro pure si colpisce, in vari modi, l’unica creatura capace di produrre e assicurare lavoro? Boh. Nessuno lo dice, anche se tutti giurano di possedere la ricetta magica. Che, ancora, però, non è stata inventata.

Purtroppo misure come il reddito di cittadinanza, utili solo a fronteggiare i casi di accertato disagio di una famiglia o di una persona, ma dannose perché tendono a perpetuare l’ineluttabilità dell’assistenzialismo, non giovano alla causa e alla fortuna dell’impresa-impresa. E così la tipologia del caso Alitalia, una dimostrazione pratica della dissipazione finanziaria di Stato. Anche lo spreco Alitalia mortifica e ridicolizza la cultura di impresa meglio di come farebbe il bravo Maurizio Crozza.
Ovunque capiti lo sguardo, lo scenario non cambia. Nel Belpaese mai come negli ultimi anni è dilagata la «cultura» dell’assistenza a oltranza e del conto economico da ignorare. Ma così non si va avanti. Qualcuno dovrà pure accumulare per investire. Potrà farlo il privato, potrà farlo il pubblico. Ma se non si trovano i soldi per creare sviluppo e lavoro non solo non si fa cultura d’impresa, ma prima o poi l’intero sistema produttivo è destinato a naufragare.

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