Martedì 19 Marzo 2019 | 15:38

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Aiuto, cerco parole tra oggetti smarriti

di Gino Dato
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Gli oggetti smarriti escono dalla nostra vita. Per una dimenticanza. Per una scelta. Per un caso. Sono cose. Non solo. Persone. Pensieri. Stati d’animo. Sentimenti. Fantasmi. Che si fa fatica - e dolore - a ritrovare. Ad acchiappare. Non certo a ripensare. Ma restano lì, annidati nella memoria. Non più sotto i nostri occhi. Forse più veri e vivi degli oggetti trovati. Oggetti smarriti e altre apparizioni è il Leitmotiv che attraversa gli scritti di varia natura ed di varie epoche raccolti per Laterza, sotto l’omonimo titolo, da Beppe Sebaste. Scrittore sempre singolare e mai banale, come nei suoi ultimi volumi Panchine (Laterza ed.) e La passeggiate (Manni ed.).
Ma che cosa è questo suo libro? E cosa sono gli oggetti smarriti?
«Il mio è un libro ibrido, di racconti e reportages narrativi. Sono testi montati insieme, scritti a distanza a volte di anni, poi rielaborati, ma molto coerenti e omogenei, al punto di fondersi in un’unica grande narrazione. Antonio Pascale ha scritto che il mio libro è come una autobiografia collettiva. Altri che i veri oggetti smarriti sono le esperienze, e le parole che dovrebbero dirle, oggi così impoverite e banalizzate nella nostra civiltà, e che io cerco di ravvivare, a volte resuscitare».
Una curiosità: quali sono gli oggetti più comuni che gli italiani smarriscono?
«Uno dei testi raccolti è in effetti la storia della mia visita all’Ufficio Oggetti Smarriti (o Rinvenuti) di Milano - città della moda e del design -. Volevo sapere che cosa perdono gli italiani. E se questi depositi sono un po’ una specie di camera dell’inconscio degli italiani, che rispecchiano le loro rimozioni, allora la voglia di fuga è molto grande».
Perché mai?
«Perché si perdono soprattutto documenti di identità, chiavi di casa e simili; anche cose molto astruse, certo, ma per saperlo uno deve leggere il racconto».
Esistono musei degli oggetti smarriti?
«Io credo che la nostra civiltà sia sempre di più un Museo, un museo dentro l’altro. Tutto ormai è museificato, anche la nostra vita, e siamo sempre più poveri - appunto - di esperienze reali, vitali e non virtuali. E comunque, un artista di cui sono molto amico (Christian Boltanski, con cui ho collaborato per realizzare il Museo per la Memoria di Ustica, a Bologna, con i pezzi dell’aereo colpito dal missile tenuti insieme come un puzzle) espose in un grande museo a Parigi gli abiti anonimi e dimenticati dell’enorme ufficio oggetti smarriti di Parigi, abiti in cerca di identità e di storie che li raccontino...».
E lei ha smarrito qualcosa di recente? O quale sarebbe l’oggetto che non vorrebbe mai smarrire?
«Vivere è smarrirsi, e poi ritrovarsi. Per Dante solo chi si “perde” è dannato, smarrirsi ha ancora una possibilità di salvezza. Non vorrei smarrire la strada di casa, il cui cammino dura tutta l’esistenza...».
Tra gli oggetti smarriti dobbiamo annoverare anche i soggetti-persone che, nello smarrimento, diventano oggetti. Sono quelli che fanno più male?
«Sì. E rimando a testi del libro cui tengo molto, come quelli sul grande (e antico) campo rom di Roma, Casilino 900, e quello sul Monte di Pietà, cioè il “monte dei pegni”: anche qui le bacheche espongono oggetti smarriti, perché smarriti, spesso perduti, sono coloro a cui appartenevano. Oggetti “preziosi”, ma spesso molto umili, come le catenelle della cresima, che fanno intravedere l’aura delle persone, la loro esistenza spezzata. Sono strazianti. Fuori ci sono i crocchi degli speculatori, sciacalli appostati ad aspettare di fare affari all’asta... Ma sono pertinenti alla sua domanda anche altri miei testi, quello su John Lennon, sull’abitare ecc.».
C’è ancora un’altra categoria - più metaforica - di oggetti smarriti: un pensiero, un’idea, parole, quelli che lei chiama fantasmi. Che cosa sono i fantasmi?
«Sulle parole alienate, che perdono il loro senso, ho già detto (nei testi del libro ne affronto alcune, come “ok”, o come “abitare”, o come l’orrenda formula “anni di piombo” riferita agli anni Settanta, che per me erano invece “anni di carne” e di generosa passione...). Per me poetico e politico coincidono: il mio libro precedente, Panchine, era tutto incentrato su un oggetto, poetico e sociale, che rischia l’estinzione, oltre che su una difesa del tempo liberato e dello spazio pubblico...».
I fantasmi, i fantasmi...
«Quanto ai “fantasmi” (su cui da anni sto scrivendo un romanzo), sono tutto ciò di cui non sappiamo o non vogliamo raccontare la storia. I fantasmi sono tutti gli oggetti - e i soggetti, le persone - di cui non ci prendiamo cura. Oggetti e soggetti in cerca d’autore, se non di una propria voce. Di una cosa sono sicuro: che se perdiamo il senso narrativo dell’esistenza - memoria e immaginazione del futuro -, abbiamo perso tutto. È questo il vero senso della “precarietà”».
Dal portachiavi alle stelle filanti, insomma, la nostra vita procede inanellando solo perdite?
O ci sono anche le acquisizioni, i ritrovamenti? «Le rispondo con i versi di una poesia di un antico poeta giapponese, monaco Zen: “Ogni incontro è separazione”. A cui io aggiungo: anche ogni separazione è un incontro. E poi, ripeto, tutto di ciò di cui sappiamo raccontare (raccontarci) la storia, non sarà mai perduto».

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