Martedì 19 Marzo 2019 | 15:39

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di Giuseppe De Tomaso
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L’ex premier inglese Tony Blair, che non è un fesso, lo ha definito il più colto ministro d’Europa. Se non è il più colto (ma lo è), di sicuro il professor Giulio Tremonti è il ministro più potente, non soltanto nell’Unione. Nessuno tra i suoi colleghi d’Occidente può vantare la titolarità di settori che, fino a pochi anni addietro, erano spalmati sul corpo di cinque ministeri cinque: Tesoro, Bilancio, Finanze, Mezzogiorno e Partecipazioni Statali. Roba che, al cospetto di Tremonti, tutti i cosiddetti Poteri Forti del Belpaese fanno la figura dell’agnello davanti al leone. Neppure il Divo Giulio della Prima Repubblica, al secolo Giulio Andreotti, negli anni d’oro della sua interminabile epopea, aveva mai accumulato pile di potere paragonabili a quelle ora in possesso del Divo Giulio della Seconda Repubblica, cioè Tremonti.
Il suo collega di partito, l’economista Antonio Martino, che al super-ministro non vuole molto bene, ha scritto senza giri di parole che «nel governo non si muove foglia che il titolare dell’Economia non voglia» e che in queste condizioni «è errato e fuorviante parlare di governo Berlusconi: questo è il governo Tremonti, tutti gli altri membri, Berlusconi compreso, non possono fare alcunché senza il beneplacito del tributarista valtellinese».
L’altro ieri Il Riformista ha accostato il volto di Tremonti a un titolo che non ha bisogno di esegeti: Il sub premier. Occhiello: Un uomo solo al comando. In seconda pagina: Tutti commissariati da Giulio. Tesi dell’articolo: il ministrissimo interviene su tutti i dossier, anche su quelli che sulla carta non lo riguardano, poi se qualcuno borbotta, la controreplica tremontiana è più perentoria di un ultimatum: «O così o me ne vado».
A detta dei retroscenisti di Palazzo Chigi, il protagonismo di Tremonti, che si sente più inarrivabile di Diego Armando Maradona nella partita-show con l’Inghilterra (1986), avrebbe messo a dura prova persino il proverbiale aplomb, e la chioma mai in disordine, di Gianni Letta. Lo stesso Berlusconi, che pure non può fare a meno delle tre doti tremontiane (le palle, la competenza e l’asse con la Lega), avrebbe cominciato a spazientirsi davanti allo strapotere e alla caratterialità del Divo Giulio, tanto che molti analisti vedono l’ombra del Cavaliere dietro le iniziative per il partito-riscossa del Sud auspicate anche da parlamentari del Pdl.
Insomma, altro che la coppia Berlusconi-Bossi. Il bersaglio della ribellione meridionale, ossia del Partito del Sud, si chiama Tremonti Giulio. Il presidente del Consiglio osserva e, a giudicare dalle cronache, non interviene neppure per invitare alla calma, quando ministri come Raffaele Fitto, sulla politica per il Sud, alzano spesso la voce contro il Genio, che preferirebbe farsi tagliare la mano piuttosto che autorizzare nuove spese per il Meridione. Anzi il premier dà l’impressione di benedire l’insofferenza dei suoi eletti nel Mezzogiorno, non foss’altro perché essi gli consentono di attenuare l’accusa di nordismo rivolta al suo governo. In sintesi: Tremonti è così forte che per indebolirlo i suoi colleghi meridionali devono minacciare strappi e scissioni nel nome del Sud. Ma il megaministro non sembra agitarsi più di tanto. Non essendo un politico di professione, Tremonti non è ossessionato dal fantasma del consenso, cioè dei voti. Se c’è da menare le mani, pur di raggiungere un obiettivo, Giulio il Genio non si tira mai indietro. Del che gli va dato atto: cosa sarebbero i conti pubblici se al suo posto si trovasse un ministro più sprecone di Paris Hilton, Dio solo lo sa. Forse ci avrebbero già cacciato dall’Euro per indegnità finanziaria.
Ma Tremonti, la cui carriera politica appare tutt’altro che in discesa, non può ignorare il malessere del Sud. Non solo perché un uomo di governo ha il dovere di ascoltare tutti, ma anche perché un ministro ambizioso, deciso a succedere a Berlusconi come Gordon Brown subentrò a Blair, non può pensare di raggiungere l’obiettivo della premiership rischiando il pieno dell’impopolarità in metà del Paese. Neppure un Jean-Baptiste Colbert (1619-1683), nome caro a Tremonti, ci riuscirebbe.
Conclusione. Non tutti i tifosi del Mezzogiorno hanno la fedina politica immacolata. Molti sono soliti scandire e intercambiare gli slogan - in questa fase sul Sud - con la stessa disinvoltura con la quale Fabrizio Corona rinnova il suo parco fidanzate. Cioè: parecchi neomeridionalisti (si fa per dire) sono poco credibili. Ma non si possono nemmeno liquidare le richieste, che partono dall’Italia debole, con un sorriso di sufficienza o con una lezione in cattedra. La politica non è solo un concentrato di numeri. E’ anche o soprattutto un cocktail di emozioni e sensazioni. Guai a dare l’impressione di attivarsi soprattutto per una parte del Paese. Si rischia la scissione passiva, quella dell’elettorato deluso. Anche i governanti dall’ego ipersviluppato, come l’attuale Divo Giulio, devono tenerne conto.

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