Martedì 26 Marzo 2019 | 10:55

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Cari rettori niente lacrime

di Michele Partipilo
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I rettori di molte università del Sud sono alle prese con i tagli decisi del ministero sulla scorta di una graduatoria nazionale. Bari perde 4 milioni di euro; Lecce, Foggia e Potenza oltre un milione ciascuna.
Il ministero ha avuto gioco facile nel replicare che non c’è alcuno spirito discriminatorio: ci sono atenei meridionali fra quelli premiati con maggiori fondi e università del Nord finite nella blacklist.
Va dato atto alla ministra Gelmini di aver messo mano con decisione e coraggio a una questione non più rinviabile. L’Università italiana è agli ultimi posti in Europa, con tutto quello che ne consegue sul numero, la qualità e le prospettive dei nostri laureati. Va anche detto che, trattandosi di una prima applicazione, il meccanismo ideato dal ministero ha bisogno di qualche correttivo.
Resta comunque il problema della complessiva minore qualità delle università del Sud rispetto a quelle del Nord. Un gap che rischia di allargarsi a causa del meccanismo - giusto ma non corretto - di premiare con più fondi i migliori e punire con i tagli i peggiori. Avere in bilancio 4milioni di euro in meno - come nel caso di Bari - significa meno fondi da destinare alla ricerca e alle altre attività premianti. Si arriva cioè a una forma di selezione darwiniana degli atenei: sopravviveranno solo i migliori.
Dal punto di vista scientifico potrebbe essere anche una buon metodo. Dal punto di vista sociale, però, occorrerà tener presenti una serie di fattori non trascurabili. Il primo: quanti giovani saranno in grado di poter frequentare le università migliori dovendo emigrare dalle loro città? Non può continuare la logica del corso di laurea sotto casa, ma non può essere neppure l’università solo per ricchi. Senza contare che un maggior afflusso di studenti potrebbe determinare un calo di qualità anche in un buon ateneo.
Secondo. All’interno delle università «punite» ci sono però facoltà eccellenti. Per esempio, Fisica a Bari è tra le migliori in Italia: non è paradossale che perda dei fondi? E in che misura sarà penalizzata? Naturalmente il discorso vale anche al contrario e cioè facoltà scadenti in università che risultano premiate: perché devono avere più fondi?
Esiste poi un problema che è la madre di tutti i problemi e cioè i docenti. Intanto la selezione, che continua a non funzionare. Per capirlo basta scorrere l’elenco dei cognomi e rendersi conto come spesso la cattedra sia una questione di famiglia. Se non si affronta questo nodo le università bocciate non riusciranno mai a recuperare lo svantaggio.
C’è poi una questione-tabù: la libera professione svolta parallelamente da molti accademici. Sul piano ideale dovrebbe trattarsi di una osmosi fra teoria e pratica. Sul piano concreto ci chiediamo: quanto tempo un docente di diritto sottrae alla ricerca, alle lezioni, agli studenti per seguire le sue cause? E lo stesso dicasi per un ingegnere o un medico. Se c’è una lamentela che accomuna tutti gli studenti è proprio la scarsa attenzione che ricevono dai professori: ore di anticamera per colloqui di pochi secondi, tra sbuffi, insofferenze e trilli di telefonini.
Un discorso a sé merita il problema dell’accesso. È ormai acclarato che la preparazione degli studenti delle scuole medie superiori è di livello scadente. Con la conseguenza che anziché limitare l’ingresso dei meno preparati si sta andando verso la liceizzazione degli atenei. In questo processo va ancora dato atto alla ministra Gelmini di essere intervenuta: ma questa volta più sulla condotta che sulla qualità dell’insegnamento. Anche qui bisognerà individuare soluzioni che non portino verso una scuola elitaria. Altrimenti il Sud dovrà pagare un prezzo altissimo in termini di emarginazione giovanile. Le possibilità ci sono, a patto di voler lavorare coscienziosamente, senza correre dietro a slogan, mode o - peggio - interessi economici.
Per concludere, i rettori delle università bocciate fanno bene a dolersi, però risparmino i piagnistei e diano subito segnali forti, altrimenti ai tagli di quest’anno dovranno mettere in conto già quelli del prossimo anno. Col rischio che qualche ateneo debba cominciare a pensare davvero di chiudere i battenti.

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