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Nella puntata di Report sul Mezzogiorno sono emersi numeri dai quali si capisce perché il Sud si spopola e rischia il deserto umano ed economico

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Uno choc. Questo è stata la puntata di <Report> dedicata al Sud. Una puntata che lunedì scorso la trasmissione settimanale di Rai3 ha titolato <Divorzio all’italiana>. Ma che avrebbe potuto titolarsi <Scandalo all’italiana>. Perché i dati che hanno testimoniato il livello e l’enormità dei danni inflitti al Sud finora sono stati non meno incredibili di una regina Elisabetta che ballasse il tango. Numeri dai quali si capisce perché il Sud si spopola e rischia il deserto umano ed economico. E dai quali si capisce che l’ultima arma letale contro il Mezzogiorno, a parte le altre, è stato il famigerato federalismo, che, invece, secondo i killer nordisti ne avrebbe dovuto risolvere ogni male. E cui si vuole ora aggiungere quell’autonomia rafforzata per tre regioni che sarebbe la tragica fine per le altre.

Che la grande informazione, finora solo tv, e Rai anzitutto, s’accorga di questa drammatica questione non solo meridionale ma italiana, è un importante passo mai fatto prima. Settimane fa era stata <Linea Diretta> ad ospitare il neo ministro per il Mezzogiorno, Provenzano, il quale aveva snocciolato già le prime verità da incubo sul trattamento riservato al Sud. E sul quale invece nessun giornalone settentrionale ha mai voluto raccontare la verità, facendo passare i meridionali per unici responsabili dei loro mali. Nicchiando sul fatto che, se il Sud muore, muore tutta l’Italia. E che se l’Italia si vuole salvare, si salva soltanto al Sud. Detto del resto dal presidente Conte, non da qualche ultrà terrone.

Così i quasi 2 milioni di spettatori di lunedì (super-ascolto, terzo della serata) hanno per esempio saputo dello scippo che negli ultimi dieci anni c’è stato contro i Comuni del Sud. Tutto grazie alla mancata applicazione di una clausola del federalismo che in un momento di bontà lo stesso ministro nord-leghista Calderoli aveva previsto. Qualche esempio per le città pugliesi: meno 39 milioni all’anno (198 in meno per ogni cittadino) a Taranto, meno 54 milioni a Bari (166 a testa), meno 12,7 Altamura (180 a testa), meno 16,6 Andria (166 a testa), meno 23,4 Foggia (155 a testa).

Questo scippo significa che agli occhi dello Stato ogni cittadino meridionale vale meno di uno settentrionale. Meno per circa 4 mila euro all’anno, perché anche la spesa nazionale li ha discriminati. E che è per questo che al Sud il livello dei servizi è sempre sotto il minimo costituzionale, condannando la popolazione a una qualità della vita inferiore a quella del Centro Nord. Tranne costringere i sindaci del Sud ad applicare addizionali sulle tasse locali, con ulteriore danno.

Perché da dieci anni non vengono calcolati (norma anche questa disattesa) i Lep, livelli essenziali di prestazione, appunto quel minimo sotto il quale non si fa vivere neanche il Terzo Mondo. Da 10 anni non viene eliminato il criterio della spesa storica, quello che ha sempre favorito il Centro Nord, perché storicamente si è sempre dato di più lì. Ecco perché tutto al Sud viene finanziato meno che nel resto del Paese. Dalla sanità (400 euro in meno a persona) agli asili nido, dai trasporti alla scuola, dall’università all’assistenza agli anziani. E da dieci anni non si fa quella perequazione infrastrutturale (altra violazione della legge) che costringe ancòra il Sud a prendere treni da Far West. Escludendolo dall’alta velocità ferroviaria (1402 chilometri al Centro Nord e 181 al Sud). E dandogli porti e aeroporti con mezzi mai all’altezza dell’Italia privilegiata.

Tutto questo hanno appreso i telespettatori, forse finora ignari. Come hanno appreso che la sopradetta spesa statale non ha mai superato al Sud il 28 per cento, meno del 34 per cento della popolazione meridionale. Ogni anno scippati 61 miliardi. Hanno appreso che ci sono due Italie, e che non sono il parto di meridionali piagnoni. Cui si sono aggiunti i dati della Svimez, conseguenza del trattamento appena detto. Reddito pro-capite al Sud al 55,2 per cento del resto d’Italia, 3 milioni di posti di lavoro in meno, emigrazione tornata ai livelli degli anni ‘50 (via in 2 milioni, metà giovani, in 15 anni), recessione in atto. E neanche Centro Nord che può illudersi col suo più 0,3 per cento di Pil previsto, ultimo in Europa. Fallimento della teoria della locomotiva, concentriamo le risorse lassù e poi lo sviluppo sgocciolerà al Sud. Senza Sud, va a fondo tutta l’Italia. E col Sud che riesce nonostante tutto in miracoli da tesi di laurea.

Come da tesi di laurea sullo scempio è l’Ilva di Taranto. Acciaieria lì portata per la fame di lavoro del Sud ma impresa sbagliata come può esserlo una che baratta la salute con quel lavoro. Poi regalata alla rapacità di un’impresa privata. Infine l’abisso benché non si possa far a meno dell’acciaio e benché i tarantini ne producano il migliore d’Europa. Ma Taranto è nello stesso Sud altrimenti affossato. E che in una sera di novembre va a scioccare l’Italia che diceva di non sapere

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