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La lista delle multinazionali in fuga dall’Italia si sta allungando di mese in mese. Perché? Che alcuni colossi non siano vergini come Maria Goretti è risaputo. In un Paese che sforna più incentivi che focacce, l’istinto predatorio di molti gruppi industriali viene solleticato senza ritegno. Funziona più o meno così: vado, vedo, compro, vendo, scappo. Ma è possibile che quasi tutti si comportino in maniera così rapace per poi fuggire? Solo colpa della loro fame di profitti, o anche colpa di un sistema politico-burocratico-giudiziario, come quello italiano, più complicato di un labirinto orientale?
Sulla carta, di condizioni ideali per investire in Italia ce ne sarebbero a iosa. I manager stranieri, quando possono, fanno a gara, e non si risparmiano colpi bassi, pur di farsi trasferire sulla Penisola. Sole. Clima. Cibo. Paesaggio. Il top del top. Anche la sanità italica offre valide garanzie, dato che il Belpaese vanta il record mondiale di longevità umana, segno che le cure non sono poi così disprezzabili come si racconta.

L’Italia, nonostante tutto, è la nazione in cui si vive meglio nel pianeta. Purtroppo, è anche la nazione in cui si lavora peggio (e sempre meno), il che provoca quella diaspora di cervelli contro cui si blatera da mane a sera.
Ma una multinazionale dovrebbe essere immunizzata, vaccinata da simili contaminazioni. Se al suo interno, in Italia, si lavora benissimo, nulla quaestio. Vengono a mancare le premesse che possano indurre i vertici aziendali a chiudere la baracca per sbarcare altrove. Eppure, a dispetto della felice condizione che vede i fortunati manager delle multinazionali di casa in Italia vivere e lavorare benissimo, la fuga dai nostri confini è più impetuosa di un fiume in piena. Motivo? Un’incertezza giuridica, e giudiziaria, permanente e una cultura economica ostile allo sviluppo.

Di casi ambientali come l’(ex) Ilva di Taranto ne accadono forse a centinaia, a migliaia, in tutti gli angoli della Terra. Ma solo in Italia approdano sul proscenio, scatenando una rissa generale a danno, soprattutto, dei più deboli, oltre che dell’intera collettività nazionale. In altre nazioni sette anni fa ci si sarebbe riuniti attorno a un tavolo e senza eccessivi clamori si sarebbe chiesto all’allora proprietà del siderurgico di mettersi in regola. La concertazione tra le parti in causa forse avrebbe impedito il precipitarsi della situazione e Taranto non avrebbe vissuto gli anni più drammatici della propria storia.
L’incertezza delle norme, l’altalena legislativa (vedi il pretesto legale concesso a Mittal per andare via), la lentezza giudiziaria hanno completato e completano il quadro, tanto che, più trascorre il tempo, più la sorte dell’Ilva appare appesa a un filo, a meno che lo Stato non decida di mettere mano al portafogli nazionalizzando l’acciaio, per assisterlo, gettando denaro, come fa per la flotta aerea di Alitalia. Un’operazione auspicata, sottovoce, da molti, ma di difficile attuazione, dal momento che l’Europa quasi certamente si metterebbe di traverso: le regole dell’Unione dicono tutt’altro.

Comunque. La Grande Tentazione, o la Grande Aspirazione, rimane sempre quella dello Stato Ospizio, delle casse pubbliche che coprono e accolgono tutto, tanto il calcolo economico è solo una fissazione da rigoristi e la necessità di un’azienda senza sbilancio è solo una perversa esigenza da ragionieri privi di cuore. Infatti. Il comune sentire, in Italia, è così distante dalle ragioni della ragione economica, che soltanto qui non si separano le sorti dell’azienda da quelle della direzione aziendale. Nelle altre nazioni le distinzioni, le divisioni, tra le due funzioni sono la premessa di ogni decisione impattante.
Il sistema anglosassone fa in modo che, specie in campo industriale, quando s’impongono provvedimenti restrittivi da parte degli organi di sicurezza e di giustizia, lo si faccia quando il reato è allo stadio nascente, non già quando è allo stadio conclusivo. E quando si interviene nello stadio finale (cioè quasi mai), la preoccupazione primaria resta quella di non mettere a rischio i posti di lavoro di un’azienda.

In Italia, invece, la contrarietà del Contesto allo sviluppo economico e l’aleatorietà delle regole e della giustizia, scoraggiano i mega-investimenti stranieri, che già latitano da anni e quando non latitano, emanano, a volte, l’odore (cattivo) di accordi sottobanco più o meno inconfessabili.
Fa ancora discutere il caso del Rigassificatore di Brindisi, partorito da due governi (Londra e Roma) e mai giunto al battesimo. Idem altri casi meno clamorosi. Solo in Italia energia, ambiente e salute vengono ritenuti incompatibili. Fuori casa coesistono e collaborano. E poi ci si meraviglia del Grande Esodo di molte imprese multinazionali. Tra ostilità alla ricchezza, colpevolizzazione della produzione, giustizialismo mediatico, incertezza normativa, indifferentismo della politica, estremismo ambientale, populismo dilagante, fare impresa è sempre più un’impresa (impossibile). In questo affresco Taranto accentra tutti i punti deboli dello Stivale.

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