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Lo ha detto la grande scrittrice Isabel Allende: «Come sarebbe stata diversa la storia di Romeo e Giulietta se avessero avuto un telefono!». Eh sì, forse gli amanti non sarebbero sopravvissuti né alle schermaglie tra Capuleti e Montecchi, né alle insidie delle chat.

Ormai così va il mondo, l’amore si fa - anche e soprattutto - sullo smartphone. E siamo talmente strani da passare metà della nostra vita a cercare di tutelare la privacy, con mille password, mentre nell’altra metà della nostra vita lasciamo tracce private indelebili sul famigerato web. Irretiti come schiavi dalla grande e ingorda Rete, ne restiamo invischiati.

Non tutti, ovviamente, ma molti. In particolare molti minorenni o giovani praticanti del nuovo sport dal nome decisamente anglofono: il sexting. Per chi non ne conosca l’etimologia: sex viene ovviamente da sesso (e questo ancora ce lo ricordiamo) mentre texting è uno di quei tanti neologismi derivati dalla tecnologia e significa inviare messaggi elettronici (i text). Veri campioni in questa manìa sono i partner di ogni età, che riversano nel buco nero del web immagini più o meno personali, più o meno esplicite e smutandate, senza badare troppo all’orgia di pericoli nascosti in quel «clic».

Il tema è di quelli che fa rifiorire la crisi dell’avvocatura, visto che tra adulti si moltiplicano cause e sentenze, sempre dolorose, vista la «personalissima» materia trattata. Un ex che si vendica e regala le foto intime alla chat del pallone, o peggio ancora a un sito di sconosciuti. Una ex che si vendica e fa altrettanto nascondendosi dietro uno pseudonimo (i casi giudiziari degli ultimi tempi sono innumerevoli e carichi di fantasia).

Ma che succede se queste odiose pratiche ricattatorie riguardano minori? Succede che i casi e le conseguenze si fanno sempre più gravi, come ha denunciato ieri la Polizia Postale a Roma, creando un Centro per la tutela dei minori online con una sala operativa attiva 24 ore su 24, anche in collegamento con le scuole. Come per la pedopornografia e per il cyberbullismo, una task force (ma quante parole inglesi in questa guerra... online!) prende in carico un’emergenza di cui si parla da tempo. Il capo della Polizia Postale è una donna, Nunzia Ciardi. «Riceviamo le denunce di decine di ragazze che segnalano proprie foto e numeri di telefono messi in rete su siti pornografici dopo la rottura di una relazione con il proprio fidanzatino, col quale si rompe quel rapporto di fiducia che si pensava di avere», spiega. Gli esperti lo chiamano revenge porn e l’ulteriore inglesizzazione del termine non riesce a mitigare la violenta e vergognosa potenza ricattatoria di questi reati.

Altro che password, altro che impronte digitali necessarie anche per comporre un numero. Un mondo che perde il velo su ogni cosa, veste di carisma un semplice telefono, un oggetto-persona che è ormai balia delle nostre solitudini. E che, come la balia del dramma di Giulietta e Romeo, assiste alla fine delle nostre vite libere.

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