Giovedì 27 Febbraio 2020 | 13:26

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No. Il calcio non è più un gioco. Ormai da un bel pezzo. Non lo è sul campo, con tutti gli interessi che gli girano attorno. E non lo è nemmeno fuori. Violenza, razzismo, anche le infiltrazioni mafiose nelle curve. Un anno di indagini per scoprire che sul ponte di comando di uno storico gruppo di tifosi juventini c’erano personaggi poco raccomandalili, per usare un eufemismo. Un gruppo in grado di gestire centinaia di biglietti a ogni partita, di ricattare, minacciare e malmenare tifosi, steward e chiunque provasse a fermarli in tutt’Italia, finanche all’estero. Dodici misure cautelari, venticinque denunce tra esponenti di spicco della «sud» bianconera.

Una storia triste che comincia quando la Juventus, stanca di essere costantemente sotto ricatto, decide di azzerare alcuni privilegi concessi ai gruppi organizzati. E, soprattutto, quando la stessa Juventus decide di rivolgersi all’autorità giudiziaria raccontando ogni minimo dettaglio di quella che era diventata una vera e propria deriva. Con tanto di nomi e cognomi. Un club sotto ricatto, insomma. Un club che decide di recidere il cordone ombelicale con certi ambienti. Forse tardi, vero. Ma un primo, fondamentale passo è stato fatto.

Servono nuove coscienze. La voglia di costruire un nuovo futuro. La capacità di cercare e trovare gli strumenti giusti per tenere le giuste distanze dal fango. Sperando di ritrovarsi al fianco un alleato davero operativo, e cioè lo Stato. Perché, sarà bene dirselo una volta per tutte, quello che di sporco accaede nelle curve italiane è il vero segreto di pulcinella. Ed è troppo comodo sperare, e credere, che i club possano farsi giustizia da soli. I presidenti vanno aiutati, accompagnati, resi più forti. Mai abbandonati e prigionieri del malaffare.

Il rischio, in questi casi, è che il mondo del calcio scelga ancora una volta di mettere la testa sotto la sabbia. E cioè di lasciar credere che questo sia un problema tutto juventino. No, nulla di più falso. Criticità diffusa, questione di cultura e di metodo. Le curve, troppo spesso, non rappresentano solo un bellissimo fenomeno di colore, tifo, calore. In curva c’è di tutto. In curva è facile nascondersi dietro l’etichetta di tifoso.

No, signori. Questi signori tutto sono tranne che tifosi. E nemmeno ultrà. Piuttosto, delinquenti comuni che, attraverso il calcio, pensano di poter continuare a sporcarsi le mani. Questi sono i momenti in cui bisognerebbe ricordarsi che l’unione fa la forza. E allora che vengano fuori tutti gli altri equivoci. Che i presidenti raccontino finalmente tutto. E di tutto. Dei loro imbarazzi e di certe vicinanze insopportabili. Basta silenzi, basta paura. Difendiamo il calcio e i tifosi isolando quel putrido marciume. No, non chiamateli tifosi. Un tifoso ama. Un tifoso soffre. Un tifoso condivide. I tifosi, quelli veri, sono la parte bella del calcio. Tiriamola fuori, coraggio!
[antonello raimondo]

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