Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:01

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Ritorno a Sarajevo. Solo la pace è eroica

di Osvaldo Scorrano
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Ritorno a Sarajevo. Era il 1997 quando «Ravenna Festival» compì il suo primo viaggio sulle «Vie dell’amicizia» per dare un segno di speranza di solidarietà alla città martire, oggi capitale della Bosnia-Erzegovina – devastata da una guerra fratricida che l’aveva insanguinata per circa tre anni, dal 1992 al 1995. Riccardo Muti se ne fece ambasciatore di pace nel nome della musica e qui, nel cuore dei balcani, sulle sponde opposte dell’Adriatico, al Centro Skenderija, fece risuonare alla guida della Filarmonica della Scala le note dell’Eroica di Beethoven e del Canto degli spiriti sulle acque di Shubert. Musica che riaccese l’orgoglio e la vitalità di quella che è considerata «Gerusalemme dei Balcani», perché nel suo centro storico, ad un centinaio di metri uno dall’altro ha quattro luoghi di preghiera: uno mussulmano, due cristiani (ortodosso e cattolico) e uno ebraico.
A distanza di 12 anni – dopo aver toccato Beirut, Gerusalemme, Mosca, Erevan-Istanbul, New York, Il Cairo, Damasco, El Djem, Mekness, Roma (Quirinale, «Concerto per il Libano»), Mazara del Vallo – le «Vie dell’Amicizia» portano ancora a Sarajevo, ma questa volta «per raccogliere quello che è stato seminato per far sentire ancora di più la nostra fratellanza ad un popolo che con coraggio guarda avanti», dice Muti prima di alzare la sua prestigiosa bacchetta sui complessi sinfonico-corali del Maggio Musicale Fiorentino. Da Sarajevo a Sarajevo, per chiudere un cerchio, ancora sulle note dell’Eroica di Beethoven che con tutta la sua forza sonora ed espressiva invade l’Olympic Hall Zetra, il vasto palazzetto dello sport sede nel 1964 delle olimpiadi invernali.
Qui non ci sono più le ferite del tremendo conflitto «serbo-bosniaco», come in tutta la città che con orgoglio offre alla vista la sua puntigliosa ricostruzione. La «Sniper Alley», o «viale dei cecchini» la lunga strada che conduce nel cuore di Sarajevo, Ë ora fiancheggiata da centri commerciali, palazzoni nuovi che si affiancano a quelli di architettura post comunista. Oggi la si percorre senza paura mentre ai tempi dell’assedio alla città, chi non poteva fare a mento di percorrerla lo faceva a tavoletta e raccomandava l’anima a Dio sperando di evitare i colpi dei cecchini appostati sulle colline. Ora Sarajevo ha curato le sue ferite ha risanato case, palazzi, monumenti e nel centro sono quasi del tutto scomparsi i segni del violento assedio che durò 1350 giorni. Molte facciate dei bei palazzi asburgici sono state rifatte ma la Biblioteca Nazionale costruita dall’amministrazione austriaca in stile moresco e distrutta durante la guerra, in un rogo in cui bruciarono due milioni tra libri e documenti è ancora in fase di restauro.
Così è scritto su un cartello non lontano dal lungo fiume (la torbida Miliacka) dove nel 1914 Gavrilo Princip sparò all’arciduca Francesco Ferdinando innescando la miccia della prima guerra mondiale. Poco lontano, il mercato Markale, quello della tremenda strage compiuta dai serbi il 5 febbraio 1992, quando lanciarono una granata di mortaio tra i banchi dietro la cattedrale cattolica, è pulito, ordinato.
Così come le strade del centro, tutto un  rifiorire di bar, ristoranti italiani, libanesi, turchi. I ragazzi fanno lo struscio nel cuore della città architettonicamente per metà turca e per metà austro-ungarica.
Sono vestiti alla moda ma capita di vedere donne velate di nero dalla testa ai piedi  accanto a ragazzini in vertiginosi short e tacchi a spillo. Botteghe artigiane convivono con gli internet caffè, il fumo delle pannocchie bollite si mescola all’odore del caffè bosniaco. Attorno alle mosche si chiacchera e c’è una animazione tranquilla che fa ben sperare nella ritornata armonia tra etnie e religioni diverse. C’è voglia di una pace duratura, il desiderio di guardare all’occidente. A Sarajevo il dolore sembra aver lasciato il posto alla speranza, gli echi dei mortai gi scoppi delle granate alle note, il caos della guerra è stato sostituito dall’armonia della musica.
Lo si è visto proprio l’altra sera durante il concerto di Muti quando gli ottomila dell’Olympic Hall Zetra sono scattati in piedi  all’esecuzione degli inni nazionali: bosniaco e italiano e ascoltato con assorto silenzio un intenso Brahms Rapsodia per contralto con la voce vellutata di Daniela Barcellona e lo Schicksalslied (Canto del destino) e un incandescente eroica di Beethoven.
Tra una e l’altra parte il sindaco di Sarajevo Alija Behemen ha offerto a Muti le chiavi della città. Poi in chiusura dell’esaltante evento  ai magnifici complessi del Maggio si uniscono musicisti di Sarajevo e 103 bambini provenienti dai cori di Tuzla, Sebrenica, Mostar e della stessa Sarajevo per cantare insieme «Va’ pensiero» dal Nabucco di Verdi mai così toccante ed emozionante. Un brivido che tocca il cuore anche perché ad aprirlo sono le parole di Muti quando dice che «la musica è la medicina dell’anima e quei ragazzi con tutta la loro spontaneità e semplicità cono il futuro di tutti: di Sarajevo, della Bosnia, dell’Europa, del mondo».
Il concerto sarà trasmesso il prossimo 30 luglio su Raiuno in seconda serata preceduto da un approfondimento di Bruno Vespa.

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