Martedì 19 Marzo 2019 | 15:36

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La montagna G8 e il topolino

di Giorgio Nebbia
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Che ambiente fa, dopo l’incontro degli otto Grandi della Terra ? Non molto migliore di prima, dal momento che molte aspettative sul clima e l’energia sono state deluse. Intanto per conoscere gli impegni presi bisogna leggere due documenti: un certo numero di paragrafi della dichiarazione finale degli «otto» più Grandi (G8) e la dichiarazione che gli stessi otto hanno fatto insieme ai Grandi di altre dieci delle «maggiori economie», perché i G8 hanno dichiarato certe cose quando erano da soli e altre quando sono stati in compagnia.
 Tutti i grandi hanno riconosciuto che i mutamenti climatici sono la più grande sfida del nostro tempo, che essi si traducono in costi che rallentano lo sviluppo sia nei Paesi industrializzati sia in quelli poveri; che i mutamenti climatici sono dovuti alla immissione nell’atmosfera di vari «gas serra» contenenti l’elemento carbonio, soprattutto anidride carbonica e metano che si formano soprattutto durante l’uso dei combustibili fossili; e che per rallentare tali mutamenti climatici occorrono azioni che possono peraltro tradursi in occasione di sviluppo economico, scientifico, tecnologico e sociale su una scala senza precedenti.
i risultati del «vertice» dei Grandi della terra Ciò premesso ci si sarebbe aspettato che i Grandi dichiarassero con fermezza che intendono diminuire le emissioni di gas serra di tanto percento entro la tale data, in modo da dare un indirizzo ai loro cittadini e imprenditori perché nei prossimi anni possano regolarsi in conseguenza (usare diversamente energia, cambiare fonti di energia e processi produttivi, eccetera). Nella dichiarazione dei G8 al paragrafo 65 è detto che vorrebbero «condividere con tutti i Paesi» l’obiettivo di diminuire di almeno il 50 % le emissioni di gas serra da qui al 2050 e sostenere l’obiettivo che i Paesi industrializzati (che sono poi soprattutto loro stessi otto Grandi) diminuiscano da qui al 2050 le emissioni di gas serra dell’80 % «o anche più» rispetto alle emissioni che si avevano nel 1990 o in qualche altro anno più vicino a noi.
 Dopo questo linguaggio sibillino viene detto che anche le maggiori economie emergenti (leggi: Cina e India) dovranno ridurre «significativamente» le loro emissioni di gas serra. Nella dichiarazione fatta dagli stessi otto Grandi quando erano in compagnia delle altre «maggiori economie» del pianeta (fra cui appunto Cina e India), non si parla più del 50 %, si parla soltanto di voler fare ogni sforzo per trovare un accordo, fra di loro e con altri Paesi, per qualche significativa diminuzione delle emissioni di gas serra nella riunione che ci sarà a Copenhagen nel prossimo dicembre.
 In tutte e due le dichiarazioni viene comunque indicato che è necessario che la temperatura media della Terra non aumenti di più di due gradi rispetto a quella che si aveva nell’era preindustriale. Anche in questo caso è tutto vago perché non si sa bene quando è finita l’«era preindustriale», e nessuno sa quale fosse la temperatura media del pianeta, diciamo, due secoli fa.
 I G8, che nella loro dichiarazione erano stati abbastanza vaghi, quando sono stati in compagnia degli altri hanno dichiarato che intendono incentivare le tecnologie che non provocano un aggravarsi dei mutamenti climatici e citano espressamente la diminuzione dei consumi di energia e delle emissioni di gas serra dei mezzi di trasporto, dei macchinari e processi industriali, l’uso dell’energia solare e della biomassa, i sistemi per filtrare e seppellire l’anidride carbonica a mano a mano che si libera dai camini e nei motori.
 il mistero energia nucleareLe crescenti emissioni di gas serra fanno aumentare la loro concentrazione nell’atmosfera: un aumento, in mezzo secolo, dallo 0,03 allo 0,04 % (o, come si dice, da 300 a 400 parti per milione in volume, ppm). L’aumento della concentrazione dei gas serra nell’atmosfera, da cui dipende il riscaldamento planetario, a sua volta dipende, oltre che dalle emissioni di gas serra provenenti dalle combustioni di combustibili fossili e da molti processi industriali, anche dalla distruzione di grandi estensioni delle foreste; gli alberi e la vegetazione sono «le macchine» naturali che, crescendo, portano via un po’ di anidride carbonica dall’atmosfera.
 Gli abitanti dei Paesi poveri tagliano le foreste per vendere, per qualche soldo, il legname, per ottenere nuovi campi coltivati, per estrarre minerali dal sottosuolo. I grandi dicono di voler risarcire i Paesi poveri del guadagno che perderanno se smetteranno di tagliare gli alberi nel nome della salvezza del pianeta. Un altro impegno dei grandi riguarda il risarcimento dei danni conseguenti i mutamenti climatici: alluvioni, allagamento di zone costiere, fusione dei ghiacciai, avanzata dei deserti, devastanti tifoni, che colpiscono ancora in questo caso soprattutto i paesi emergenti.
 Ci vorranno quattrini che dovrebbero essere presi facendo pagare Stati e imprese che emettono maggiori quantità di gas serra. In tutto questo gran dibattito l’energia nucleare era il convitato di pietra. Nella dichiarazione dei G8, quando erano da soli, al paragrafo 89 è scritto: «Ci rendiamo conto che un crescente numero di Paesi» ha espresso interesse per l’energia nucleare come fonte di energia che non emette gas serra.
 Dopo avere preso atto di questo interesse i G8 vanno avanti sostenendo che requisito essenziale per l’uso pacifico dell’energia nucleare è l’impegno internazionale nei confronti della non proliferazione delle armi nucleari e della sicurezza. Invece nella dichiarazione firmata dagli otto più Grandi insieme agli altri Grandi, qualsiasi accenno all’utilità dell’energia nucleare ai fini del clima e dell’energia, è scomparso.

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