Martedì 17 Settembre 2019 | 16:50

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L’italiano vuole cambiare ma preferisce lo status quo

La politica economica del governo italiano degli ultimi trent’anni è stata dominata dalla continuità.

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La politica economica del governo italiano degli ultimi trent’anni è stata dominata dalla continuità. Il mantra seguito – al di là dei presidenti del Consiglio pro-tempore e delle diverse maggioranze che si sono alternate – l’aumento del debito pubblico è stato una costante. La spesa pubblica è cresciuta sempre, senza modificare strutturalmente la competitività del Paese.

La spesa corrente è servita per lo più a comprare il consenso di elettori sempre alla ricerca di protezioni, sussidi, prebende, per poi lamentarsi bellamente che lo Stato non funziona.
Non si capisce come mai dovremmo crescere con più debito se negli ultimi decenni abbiamo sempre fatto peggio degli altri Paesi dell’Unione Europea.

Dare la colpa del nostro ingente debito alla UE è una mossa politica tipica di coloro – come Salvini e Di Maio – alla ricerca di facili capri espiatori. L’indebitamento pubblico ha radici lontane. Nel 1970 era pari al 37%; nel 1994, due anni dopo la firma del Trattato di Maastricht, quando l’euro non era ancora in circolazione, era pari al 122%.

Il debito pubblico, l’inflazione e le svalutazioni competitive hanno rappresentato le strategie principali dell’Italia post miracolo economico. Quando abbiamo aderito alla moneta unica, non siamo stati capaci di adeguarci alla nuova realtà mondiale. La globalizzazione, l’ingresso di nuovi competitor nell’arena dei mercati dei beni e dei servizi ci ha trovato impreparati, così come l’impatto delle nuove tecnologie. In un Paese che discute ancora della polemica tra Benedetto Croce e Federico Enriques sulla valenza della scienza, gli algoritmi di calcolo dietro il funzionamento di “google”, il “data mining”, l’analisi dei dati ci vede perdenti. Quanti sono i laureati ogni anno in matematica e statistica rispetto a quelli in giurisprudenza?

Il governo si è venduto con l’epiteto “del cambiamento”, ma la verità è che ci troviamo di fronte a un governo gattopardesco, dove il cambiamento non esiste. La politica è basata sull’aumento del deficit pubblico. Come potesse risolvere i problemi. Ma quando mai? Come hanno dimostrato Rogoff e Reinhart (La crescita ai tempi del debito), i paesi con un alto livello di indebitamento crescono meno. Devono infatti destinare ingenti risorse al pagamento degli interessi sul debito. Ogni anno l’Italia spende 65 miliardi per remunerare i detentori di Bot e Btp. La spesa in istruzione è inferiore (di poco, lo 0,1%, ma lo è). Che senso ha tutto ciò? Chi si disinteressa dello spread, dimostra di non avere a cuore i servizi pubblici spiazzati dall’esplosione delle cedole da pagare.

Se il governo volesse veramente cambiare le cose, non avrebbe il consenso che ha. L’italiano dice di voler cambiare, ma ama lo status quo. Aveva perfettamente ragione Federico Caffè nei suoi scritti sulla “solitudine del riformista”: “Il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso, occorre ritessere una tela che altri sistematicamente distruggono”. Caffè dalle colonne del “Manifesto” invocava più welfare state, ma nei saggi (che pochi hanno letto) condannava “lo sfruttamento politico degli emarginati; la pressione dei furbi rispetto ai veri bisognosi nell’avvalersi delle varie prestazioni assistenziali, le ripercussioni dannose a carico dello Stato dell’inclinazione lassista a voler dare tutto a tutti”.

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