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Ernesto Galli della Loggia ha scritto il 5 maggio sul Corriere della Sera un bell’articolo intitolato «La Cina mostra a Hong Kong il vero volto della sua politica». Prendo la libertà di aggiungere «La Cina mostra in Vietnam il vero volto della sua politica espansionistica in campo economico».

Vi è un vistoso grave difetto di base, uno squilibrio cronologico abissale nell’approccio seguìto dal Governo italiano nei confronti del Memorandum italo cinese firmato a Roma lo scorso 23 marzo se paragonato con quello dell’altra Parte contraente. Questo squilibrio è conseguente alla prospettiva temporale dell’attuale governo italiano, se la si paragona alla prospettiva temporale della sua controparte di fatto, il Presidente cinese Xi Jinping.
L’opinione pubblica italiana ha dovuto assorbire le notizie provenienti dai mezzi d’informazione che hanno mostrato governanti italiani in viaggio per la Cina, poi gli stessi all’atto della firma del documento. In realtà si sono viste une serie di immagini e si sono lette delle notizie tutte focalizzate sulla scadenza ravvicinata delle elezioni europee del 26 maggio prossimo. Si intendeva cioè sottolineare la particolare attenzione riservata con il documento del 23 marzo agli interessi del mondo imprenditoriale e finanziario italiano nei confronti della Cina. Un focus temporale di due mesi limitato ad un ipotetico conseguimento di risultati elettorali che in ogni caso metteranno a dura prova la tenuta dell’esecutivo e sicuramente muteranno il rapporto di forza tra gli alleati di governo.
Collochiamo questa prospettiva temporale di due mesi a confronto con la strategia cinese volta a rafforzare la propria presenza in Europa messa in atto da un presidente e capo del partito unico come Xi Jinping, il quale non ha nessuna scadenza elettorale in vista. Anzi a favore del quale circa un anno fa il Parlamento su proposta del Partito comunista ha votato un provvedimento volto a modificare la Costituzione allo scopo di consentire a Xi Jinping (nato nel 1953) di permanere nella carica presidenziale vita natural durante (possiamo ipotizzare forse almeno fino al 2036?). Una decisione, quella cinese, che consente al leader di poter programmare politiche interne ed estere con una visione prospettica assai ampia e di lunghissima durata, ben maggiore di quella della maggioranza dei leaders occidentali. Radicalmente diversi quindi l’approccio in politica estera di Pechino e quello di Roma, miope e di brevissima prospettiva.
Sono in molti a pensare che Pechino nutre mire espansionistiche di carattere economico verso l’estero. La strategia, lo schema, si possono intravedere nei passi espletati dalla Cina relativamente ai suoi rapporti con un partner confinante al quale la uniscono relazioni antiche, spesso conflittuali: il Vietnam.
La frontiera tra Cina e Vietnam si estende per 1281 chilometri. I due Paesi si sono combattuti fin dal III secolo avanti Cristo con alterne vicende. Come accade spesso tra vicini i rapporti fra i due Stati non sono ancor’ oggi stabilmente distesi anche a causa delle dispute di confine su diversi fronti, innanzitutto a proposito delle isole Paracels e Spratley, situate nel Mar Cinese meridionale.
Ma la sensazione prevalente nell’opinione vietnamita è che Pechino voglia nel tempo fagocitare il Vietnam utilizzando l’arma formalmente pacifica della presenza economica. Il sentimento comune degli abitanti dello Stato indocinese – evidentemente buoni conoscitori del loro immenso vicino – è che attraverso una presenza massiccia, prima di merci e di visitatori, poi di investimenti e di funzionari ed uomini d’affari si voglia appropriare in diverse forme e progressivamente di porzioni di sovranità territoriale del Vietnam (che, sia detto per inciso, possiede ingenti risorse di bauxite, minerale necessario alla produzione di alluminio) compiendo un’opera che con le guerre nel corso dei secoli non era stata possibile.
Entrando nello specifico, l’Assemblea nazionale di Hanoi si trova da un anno ad esaminare un progetto di legge che mira alla creazione di tre Zone Economiche Speciali sul territorio nazionale nelle quali imprese straniere potranno effettuare investimenti a condizioni legali e fiscali vantaggiose. Almeno due di queste – per le quali si prevede un meccanismo di concessione di 99 anni – risultano essere adiacenti a zone cinesi confinanti o a regioni già ottenute in concessione dalla Cina nella vicina Cambogia. A questi elementi si aggiunga che l’interscambio tra Vietnam e Cina è drasticamente aumentato da 32 milioni di dollari del 1991 a 30.000 milioni del 2012. Nello stesso periodo si sono avuti investimenti cinesi in Vietnam per 1,4 miliardi di dollari, mentre 4 milioni di cinesi hanno visitato negli ultimi anni il Vietnam favorendo la creazione di vaste “Chinatowns” in diverse regioni.
Ecco perché, malgrado in Vietnam, paese dove vige una dittatura di stampo comunista, le libertà civili siano assai limitate, hanno avuto luogo nella capitale Hanoi e nella metropoli economica Ho Chi Minh City (già Saigon) violente dimostrazioni contro l’accresciuta presenza cinese nel paese del Sud-Est asiatico. Le manifestazioni hanno indotto le autorità a rinviare per il momento l’esame del provvedimento sulle Zone Economiche Speciali. E la discussione sul tema delle Zone Economiche Speciali si è fatta più accesa nel timore che la Cina le converta in una qualche forma di sovranità “soft” a proprio beneficio.
Per quanto riguarda l’interscambio italo cinese va registrato che le esportazioni italiane verso la Cina hanno visto una diminuzione dal 2017 (13,5 miliardi di euro) al 2018 (13,2 miliardi di euro) mentre le esportazioni cinesi verso l’Italia nello stesso periodo sono aumentate da 28,4 a 30,8 miliardi.
Il governo italiano dal canto suo, sottoscrivendo il Memorandum del 23 marzo scorso, ha riconosciuto che i porti italiani fungono da terminale della Via della Seta marittima, si è impegnata fra l’altro a promuovere lo sviluppo di progetti bilaterali di collaborazione, a sviluppare l’interoperabilità delle infrastrutture ad inclusione dei porti e delle telecomunicazioni, a facilitare investimenti e commerci reciproci, a pervenire ad un coordinamento delle politiche fiscali, ad esplorare le possibilità di collaborazione nella formazione di risorse umane. V’è da chiedersi se l’azione di Pechino non miri a creare in Italia una testa di ponte economica in vista di una progressiva espansione in Europa. Nell’applicazione pratica del Memorandum un ruolo decisivo volto ad evitare un tale prospettiva sarebbe opportuno che ricadesse sul Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Avendo raggiunto siffatti obbiettivi sulla carta mediante la sottoscrizione del Memorandum, il governo italiano forse può oggi mostrare agli ambienti produttivi nazionali d’aver tenuto conto nel documento delle necessità delle imprese (tralasciamo il dilettantesco velleitarismo annunciato dal governo italiano di esportare arance verso la Cina, paese da cui proviene storicamente siffatto agrume e che ne produce in grande quantità a prezzi bassissimi). Ma chi conosce anche solo parzialmente le strategie di lungo termine della Cina ed i tempi della politica di Pechino non può evitare di intravedere elementi possibilmente forieri di future difficoltà.

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