Domenica 24 Marzo 2019 | 11:39

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L’importanza di avere una paura da combattere

di Sergio Lorusso
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«La paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari. E il male che ci faremo sarà maggiore di quello che temevamo di subire. La storia insegna: il rimedio può essere peggiore del male»: è quanto afferma uno dei più autorevoli intellettuali europei, Tzvetan Todorov, nato in Bulgaria ma francese d’adozione, nel suo recente «La paura dei barbari» (ed. it. Garzanti, 2009), ove sottolinea come la xenofobia costituisca ormai il vessillo del programma politico dei partiti di estrema destra, costretti dalla storia ad abbandonare i tradizionali temi dell’anticomunismo e del razzismo. Questi partiti, ricorda Todorov, hanno rinforzato il loro elettorato in metà dei Paesi dell’Unione europea e – pur non avendo conquistato la maggioranza – sono spesso diventati indispensabili per le coalizioni di governo.

Coalizioni che, se davvero vogliono conservare il potere, debbono soddisfare le istanze in materia di immigrazione.

È un’analisi che sembra combaciare con la realtà italiana, all’indomani dell’approvazione definitiva da parte del Parlamento dell’ennesimo «pacchetto sicurezza» che – recependo quasi in toto le richieste avanzate dalla Lega – introduce nel nostro ordinamento il reato di immigrazione clandestina, estende a 180 giorni il periodo di permanenza del migrante privo di permesso di soggiorno nei Centri di identificazione ed espulsione, punisce con il carcere fino a tre anni chi dà in locazione un immobile all’immigrato irregolare, autorizza l’istituzione di ronde costituite da associazioni di privati cittadini a supporto delle forze dell’ordine per garantire la sicurezza pubblica.

C’è da chiedersi però quanto questi provvedimenti – di sicuro impatto mediatico – contribuiranno davvero a risolvere l’«emergenza sicurezza», da qualche tempo divenuta uno dei leitmotiv del dibattito politico. O se non siano piuttosto solo un’ulteriore concessione al «governo della paura», a una nascente «democrazia punitiva» che, sulla scia dell’esperienza statunitense avviata negli anni Settanta del secolo scorso, tende ad amministrare la collettività focalizzando l’attenzione sulla prevenzione e sulla repressione dei rischi criminali.

Un noto studioso nordamericano ha evidenziato come l’attuale ordine civile sia edificato sulla criminalità, diventata ormai «una questione strategica di grande rilievo» cui si ricorre «per legittimare forme di intervento che presentano altre motivazioni», e che tale fenomeno «rende l’America meno democratica e più polarizzata dal punto di vista razziale», frenando le innovazioni, ma non per questo «ci ha resi più sicuri» alimentando, al contrario, «una cultura della paura e del controllo che, inevitabilmente, abbassa la soglia della paura nel momento in cui sottopone i cittadini americani a una pressione sempre più forte» (Jonathan Simon, «Il governo della paura», ed. it. Raffaello Cortina, 2008).

Siamo ancora in tempo in Italia per evitare di ripercorrere la medesima strada?

Forse no, ad ascoltare uno dei più inquietanti e originali personaggi creati da Antonio Albanese, il Ministro della Paura, che in un suo monologo all’interno del recital «Psicoparty» dichiara enfaticamente: «Senza la paura non si vive… una società senza paura è come una casa senza fondamenta. Per questo io ci sarò sempre. Io le paure le invento, le creo, le modello, le elaboro, le impasto, le plasmo, poi ve le trasmetto. Ogni mattina vado in ufficio e decido quanta paura dovete avere. Controllo tutti i palinsesti… Io trasformo la paura in ordine».

Sanzionare con una pena pecuniaria – l’ammenda da cinquemila a diecimila euro – il comportamento di chi fa ingresso e soggiorna illegalmente nel territorio dello Stato avrà probabilmente una scarsissima efficacia dissuasiva rispetto a tutti coloro che giungono in Italia spinti da condizioni di vita miserevoli, ma sicuramente comporterà ulteriori e pesanti carichi di lavoro per un circuito giudiziario da tempo cronicamente in affanno. Significa, inoltre, dimenticare che nella società globalizzata «gli incontri fra individui e comunità appartenenti a culture differenti sono destinati a diventare sempre più frequenti» (Todorov) e sottovalutare così la circostanza che le strategie idonee ad affrontare e gestire efficacemente un processo oramai irreversibile dovrebbero essere di medio e lungo periodo, piuttosto che risolversi in interventi legislativi occasionali e «ad effetto», varati sull’onda di vere o presunte emergenze.

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