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La nuova razza padrona, alimentata dallo Stato

È sufficiente rileggere le carte di molte inchieste della magistratura, per dedurre che le istituzioni pubbliche e le stesse imprese pubbliche sono, in Italia, continuamente sotto assedio

La nuova razza padrona, alimentata dallo Stato

Non sappiamo come evolverà il caso Siri. Né sappiamo come evolveranno i rapporti tra Lega e M5S qualora lo scontro sul sottosegretario dovesse provocare la rottura ufficiale tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Sappiamo solo che, a prescindere dalla vicenda in sé - Siri è sotto inchiesta per corruzione perché avrebbe caldeggiato, in cambio di una mazzetta da 30mila euro, emendamenti al Def tesi a concedere aiuti connessi al minieolico - tutta la storia solleva più di un interrogativo (e considerazione) sui rapporti tra Stato, politica e imprese.


Illustri studiosi del fenomeno mafioso ritengono che l’economia dei Padrini alla Lucky Luciano (1897-1962) o alla Totò Riina (1930-2017) sia figlia (anche se degenerata) dell’economia di mercato, e che un controllo pubblico dell’economia assicurerebbe maggiori garanzie di trasparenza. Si dà il caso però che le cosche criminose si siano imposte nelle nazioni e nelle regioni più arretrate, dove quasi sempre hanno cercato, spesso riuscendoci, di infiltrarsi nelle istituzioni pubbliche condizionando la politica e minando le basi della democrazia. Laddove, invece, il mercato ha potuto dispiegare le sue potenzialità con regole sensate, senza particolari pedaggi e senza pesanti condizionamenti, la società ha potuto progredire senza gravi problemi, scrollandosi di dosso ogni retaggio feudale o addirittura prefeudale.
Da sempre, alla luce delle numerose indagini giudiziarie, è la politica il terreno di caccia di boss e consigliori vari, visto che il mercato presuppone una cultura imprenditoriale che solo pochissimi malavitosi - a detta dei principali investigatori anti-mafia - posseggono o possiederebbero.

Del resto, è sufficiente rileggere le carte di molte inchieste della magistratura, per dedurre che le istituzioni pubbliche e le stesse imprese pubbliche sono, in Italia, continuamente sotto assedio e che questo assedio, a volte, può giovarsi di complici più o meno insospettabili tra i banchi e tra i corridoi dei Palazzi del potere.
Le energie alternative incentivate dallo Stato servono a ridurre la dipendenza dalle fonti tradizionali, ma possono trasformarsi in prede irresistibili per clan mafiosi stracarichi di euro e, come tali, bramosi di investirli e ripulirli in attività non solo lecite, ma ultrabenemerite per la quasi totalità dell’opinione pubblica.


E che dire di alcuni settori dell’industria di Stato? Finmeccanica, un fiore all’occhiello dell’italico capitalismo pubblico, ha dovuto persino cambiare nome (adesso si chiama Leonardo) pur di non essere associata a gestioni poco limpide e assai opache. Chi volesse approfondire la materia, potrebbe leggere il libro Pecunia non olet di Alessandro Da Rold, da cui emerge uno scenario davvero inquietante sulle recenti conduzioni del colosso di Stato, con un sottofondo di figure a dir poco imbarazzanti.
Ma parte della storia delle Partecipazioni statali in Italia è prodiga di pagine illustrative sull’incrocio tra il terzo livello delle coppole e il terzo livello dei colletti bianchi. Lo stesso Giovanni Falcone (1939-1992) lo aveva lasciato intendere in più di un’occasione, anche se l’eroe anti-mafia eliminato a Capaci preferiva schivare la dizione «terzo livello».
E poi. Se la mafia fa di tutto per impadronirsi delle amministrazioni pubbliche, perché non dovrebbe fare altrettanto per penetrare nelle aziende pubbliche? In fondo, perché viene ucciso un fuoriclasse come Enrico Mattei (1906-1962), promotore dell’Eni, se non per la sua resistenza ai giochi sporchi in cui era protagonista anche la «cupola» della criminalità organizzata siciliana?


Intendiamoci. Le mafie mondiali sono così danarose da potersi infilare e fare shopping pressoché ovunque, anche tra i giganti delle imprese private. Nessuna può ritenersi al riparo. Ma è assai difficile che i mammasantissima globali del crimine, pur vantando titoli di studio ignoti ai loro genitori, possano ambire a governare la Apple o la Microsoft, così come è altrettanto inverosimile (e proibitivo) che i loro equipollenti italiani possano mettere le mani sulla Ferrero o sulla Luxottica, due tra i primi e più prestigiosi brand del genio imprenditoriale tricolore. Qui, in questo tipo di imprese private, prevale il merito, non sono ammesse incursioni o valutazioni di altra natura, e i risultati si vedono. Altrove, invece, specie nel settore pubblico, prevalgono altre considerazioni, altre priorità, altri sistemi di potere. E quando i sistemi di potere si perfezionano verso il peggio, tendono ad assomigliarsi come due pantaloni del medesimo colore. A tutto vantaggio, si capisce, di chi, nelle situazioni in cui non si richiede elevata capacità (ma solo una, spesso provvisoria, fedeltà canina) sa nuotare come un tonno sott’acqua. E chi saprebbe nuotare nei fondali del sottobosco politico, istituzionale e aziendale di Stato meglio degli squali (altro che tonni) dei Poteri Occulti e Mafiosi?


Uno Stato factotum, uno Stato che interviene dappertutto, uno Stato che seleziona la sua borghesia (parassitaria) a colpi di incentivi e prebende, non può che favorire le relazioni pericolose tra la classe politica e una determinata tipologia di imprese, cui non sembra vero non solo di nutrirsi al seno dello Stato-mamma, ma addirittura di ispirare le regole del gioco e gli aiuti di cui beneficerà (un conflitto di interessi che più sfacciato non si può).
E il bello, cioè il brutto, è che tutto ciò non garantisce neppure un piccolo segmento di crescita economica, semmai contribuisce ad allungare la spirale del debito pubblico e a selezionare alla rovescia la classe imprenditoriale che, insieme alla rappresentanza eletta dai cittadini, dovrebbe condurre il Paese fuori dalla palude in cui è precipitato.
Negli Anni Cinquanta, all’indomani della Seconda guerra mondiale, l’Italia si è distinta nel mondo per il talento dei suoi capitani d’impresa. Oggi continua un po’ a vivere di rendita su risparmi e valori accumulati allora. Nel frattempo, è cresciuta solo una Razza Potentona, e sempre più spesso una Razza Padrina, al cui confronto la spregiudicata Razza Padrona descritta nell’omonimo libro (1974) di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani farebbe la figura della Madonna apparsa a un plotone di diavoli.

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