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La lezione del 25 aprile: l'Europa e le democrazie

Per la prima volta nel mondo, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, il numero delle democrazie tende a calare e parecchie democrazie sono tali solo dal punto di vista formale

La lezione del 25 aprile: l'Europa e le democrazie

Le democrazie sono sempre in pericolo. Lo insegna la storia. Lo dicono i numeri. Chi pensava che, nel 21mo secolo, l’avvenire delle democrazie sarebbe stato più radioso del sole e più irreversibile dell’euro, deve rivedere le sue convinzioni e correggere le sue previsioni. Per la prima volta nel mondo, dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, il numero delle democrazie tende a calare e parecchie democrazie, per giunta, sono tali solo dal punto di vista formale. Nel migliore dei casi sono democrature, ossia democrazie autoritarie guidate da un Principe semi-onnipotente e controllate da un’opposizione più protocollare che sostanziale.

Oggi è il 25 Aprile, la data che segna la liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e il suo ritorno definitivo nell’alveo delle nazioni democratiche. È una data chiave, perché stabilisce la fine di una tra le pagine più tragiche della vicenda italiana e perché corrisponde all’inizio del Secondo Risorgimento, quello che porterà il Belpaese, nel giro di pochi anni a scalare la classifica mondiale delle nazioni più sviluppate. Senza democrazia, senza libertà, l’Italia non avrebbe mai conquistato l’Oscar della Lira, il cui merito va assegnato a una popolazione operosa e smaniosa di crescere, oltre che a una classe dirigente di pregiata qualità. Un nome su tutti: il pugliese Donato Menichella (1896-1984), originario di Biccari (Foggia), la cui onestà era pari alla eccelsa competenza. Non appena subentrò al suo maestro Luigi Einaudi (1874-1961) al vertice della Banca d’Italia, il bravo e disinteressato Menichella decise subito di dimezzarsi l’indennità. Roba da fantapolitica se paragonata alla libidine lucrativa delle varie Caste negli anni successivi.


Ma il 25 Aprile, la Liberazione, il rodaggio della neonata democrazia non avrebbero consentito i risultati di cui sopra se lo Stivale non si fosse aperto al mondo, e innanzitutto all’Europa. La scelta forse appariva obbligata: per spezzare la spirale perversa delle guerre che per secoli avevano insanguinato il Vecchio Continente bisognava riesumare l’ideale unitario europeo già coltivato da Carlo Magno (742-814). Ma la scelta non era affatto scontata. Basti pensare ai continui bastoni messi tra le ruote dell’obiettivo europeo da parte di Stati che pure avevano sofferto per l’inferno delle guerre e che improvvisamente riscoprivano la tentazione nazionalistica. A loro bisognerebbe riproporre la chiusa del discorso di commiato pronunciato dal presidente francese Francois Mitterrand (1916-1996): «Il nazionalismo è la guerra». Una lezione straordinaria in sole quattro parole.


Infatti. Essendo intriso di nazionalismo, il fascismo non poteva non portare l’Italia alla guerra, cioè al disastro. Idem tutti gli altri regimi di destra e sinistra impregnati di statolatria, di postulati sovranisti sempre più altisonanti. Del resto, si diventa nazionalisti proprio perché si tende a mostrare i muscoli o i carri armati. E così, a furia di alzare la voce e di minacciare, di schierare truppe e di pretendere trattamenti preferenziali, si finisce per litigare con il vicino di casa o con chi capita a bersaglio. Anche perché il nazionalismo ha bisogno, come il pane, di un nemico dietro la porta, a portata di fucile. Il nazionalismo senza un nemico è come una bicicletta senza ruote: non è più nulla. Di conseguenza, se il nemico non c’è, il nazionalismo lo cerca. E se non lo trova, lo inventa. La lettura della storia del fascismo, della sua ossessione per l’antagonismo delle plutocrazie, è illuminante al riguardo.


Oggi è svanito l’incubo del fascismo che, a ben riflettere, era quasi esclusivamente mussolinismo. Quel tipo di esperienza politica è irripetibile. Ma, non per questo, la democrazia, non soltanto in Italia è al sicuro, in una sorta di caveau istituzionale iperprotetto. Se il fascismo, per usare la fraseologia crociana, resta una parentesi nella nostra storia, non si può dire altrettanto del nazionalismo e di tutti i suoi derivati. Il nazionalismo sta ritornando in auge, riarmandosi nell’arsenale linguistico di quanti combattono l’europeismo e la globalizzazione, la società aperta e le politiche di coesione.
Del resto, senza una Resistenza europea le idee assassine del secolo scorso avrebbero stravinto con stupefacente facilità. E così oggi, senza una Resistenza europea alla prospettiva delle piccole patrie, delle nostalgie autarchiche, delle chiusure dei confini, la vittoria dei nazionalismi diventerebbe più probabile di un successo del tennista serbo Novak Djokovic a Wimbledon.
Oggi nazionalismi e micronazionalismi (vedi la battaglia per le autonomie regionali al Nord) sono bombe ad orologeria da disinnescare al più presto, anche perché - esse - unite alla dittatura del web e alle sirene della democrazia diretta (plebiscitaria) possono dar vita a una miscela esplosiva più devastante di una bomba atomica.
Il fascismo è morto e sepolto da decenni, ma il prezzo della libertà - già raccomandava Thomas Jefferson (1743-1826), terzo presidente degli Stati Uniti - richiede un’eterna vigilanza.

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