Martedì 19 Marzo 2019 | 16:17

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Etica pubblica vo’ cercando

di Michele Partipilo
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Il deficit etico della nostra società è sotto gli occhi di tutti. Abbarbicati come siamo al «penalmente rilevante», concediamo sempre più spazio a comportamenti che solo qualche tempo fa sarebbero stati inimmaginabili. Non è un caso se dubbi sulla correttezza di certi comportamente arrivano a lambire il sancta sanctorum del nostro Stato: la Corte costituzionale. Due giudici della Consulta ritengono che non vi sia nulla di male a essere amici e soprattutto a vedersi a cena con il presidente del Consiglio, le cui sorti in qualche modo saranno fra qualche mese nelle loro mani, dovendo decidere il prossimo 6 ottobre sul cosiddetto «lodo Alfano», cioè quella legge che sottrae le più alte cariche dello Stato all’azione della magistratura.
Autorevoli commentatori vedono nella scarsa sensibilità dei due alti magistrati i progressivi effetti del berlusconismo che, dopo aver inquinato la politica, sarebbe ora passato a contaminare le toghe. Non siamo in grado di dire se davvero il presidente del Consiglio e i suoi sostenitori abbiano questo potere di untori, però è evidente che il dilagare del malcostume stia travolgendo ogni argine etico e morale.
Potrebbe valere a questo punto la tesi resa famosa del cardinale Camillo Ruini quando era presidente dei vescovi italiani e che sostiene come la caduta di valori assoluti, come per esempio quelli legati alla tradizione religiosa, porti l’Italia e più in generale i paesi occidentali verso il relativismo etico.
In altri termini - dice Ruini - abbiamo messo da parte quei paletti rispetto ai quali si poteva giudicare eticamente corretto un comportamento e preferiamo di volta in volta scegliere un punto di osservazione diverso per cui alla fine si assottiglia fin quasi a sparire il confine fra ciò che è bene e ciò che è male. Anche in questo caso non siamo in grado di confermare o di confutare, ma vorremmo attenerci ancora una volta ai fatti. E i fatti, attraverso le cronache ancorché gonfiate, esagerate, drogate, colorite, parziali dei giornalisti ci raccontano una società in cui i soggetti che godono di maggiore visibilità, e dunque diventati in qualche modo pubblici, fanno bella mostra di comportamenti la cui censurabilità spesso si ferma soltanto sulla soglia della legge penale. Non solo, ma da più parti si alzano invocazioni perché vi sia un recupero morale ed etico nella nostra società.
Ed è qui che si pone il vero problema: da dove nasce il buon agire? Come fare per evitare che i comportamenti sbagliati di uno vengano assimilati dagli altri, col risultato di annullare nei fatti quanto stabilito da un principio etico pure condiviso? Non c’è da preoccuparsi se non sappiamo rispondere. Può confortarci il fatto che in Italia l’etica pubblica - la disciplina di cui stiamo parlando - non ha neppure molti studiosi. In ogni caso le domande prima poste sono vecchie di millenni. L’uomo tenta da sempre di rispondere elaborando vari strumenti, a cominciare dalla filosofia e dalla religione per finire al diritto.
In una realtà materialista e così legata alla forza dell’immagine, come è quella attuale, è forse inutile affidarsi a soluzioni teoretiche. O meglio, lo facciano gli esperti e gli altri soggetti deputati, ma noi impiegati della Asl, vinai di Leporano o casalinghe di Voghera dobbiamo cercare di rifarci a qualche cosa di più pratico. La soluzione, che poi è anche un po’ la spiegazione di quanto sta accadendo, è nei modelli da seguire. Eh sì, perché quando si vive in società non c’è meccanismo più potente dell’esempio. Prendete una classe di studenti, non importa di che età, se uno farà chiasso tutti lo seguiranno nel vociare; se in una piazza affollata qualcuno comincia a gettare cartacce per terra tutti gli altri lo faranno. Le funzioni cognitive dell’uomo partono da un processo di imitazione, quella che Freud chiamava la coazione a ripetere.
La domanda da farsi, quindi, è non quali siano i principi etici venuti meno e perciò da recuperare, bensì come supplire alla carenza di esempi positivi. Se continuiamo a offrire come vincenti modelli di spregiudicatezza e tracotanza, di sprezzo delle regole e dei doveri, i nostri figli come cresceranno? La tragedia è che ai modelli abbiamo sostituito modelle in quantità. Fino a quando dai personaggi pubblici arriveranno esempi sbagliati, noi continueremo a percorrere inesorabilmente la strada dell’errore. Perché non possiamo sperare (ma neppure augurarci) che sia l’etica a fare gli uomini, bensì il contrario. Se usciamo dall’equivoco di aspettare come Godot che qualcosa accada e ci mettiamo a dare e a seguire buone esempi forse qualcosa potrà cambiare. Soprattutto impegniamoci a offrire coraggio e sostegno a chi è ancora in grado di incarnare comportamenti virtuosi, senza che debba provare imbarazzo a essere educato, onesto e sincero.

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