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La necessità di una politica estera chiara e coerente

Non a caso, i periodi di maggiore fulgore della nostra politica estera sono legati più al prestigio di un singolo presidente del Consiglio o di un prestigioso ministro degli esteri che alla reputazione dell’intero sistema Italia

La politica estera richiede  un governo che governi

Se un governo stabile e coeso è la premessa ineludibile per una politica economica coerente, figuriamoci quanto e come è fondamentale per una politica estera priva di contraddizioni. E la politica estera, si sa, è la Politica per eccellenza. La politica estera è la carta d’identità di un Paese. Un Paese senza politica estera è solo un’area geografica, per citare il famoso detto di un pezzo da novanta austriaco non particolarmente benevolo verso la Penisola.
Purtroppo, il sistema politico italiano, che ha privilegiato troppo il principio di rappresentatività rispetto al dovere di governabilità, non ha giovato alla causa di una politica estera credibile.

Non a caso, i periodi di maggiore fulgore della nostra politica estera sono legati più al prestigio di un singolo presidente del Consiglio o di un prestigioso ministro degli esteri che alla reputazione dell’intero sistema Italia. E se la politica estera è debole, s’indeboliscono anche le prospettive degli interessi nazionali nel mondo.
L’ingegner Enrico Mattei (1906-1962), tipo geniale e visionario, tanto da creare un impero energetico (Eni) dall’ente che - su ordine dei partiti - doveva seppellire, capì sùbito che la politica estera sarebbe stata il tallone d’Achille dell’Italia repubblicana e corse ai ripari, realizzando una «sua» politica estera, che poi regalò ai vari inquilini che si alterneranno a Palazzo Chigi. Ma la strategia internazionale di un Paese non può essere affidata essclusivamente a un gruppo industriale, per quanto rilevante ed efficiente esso sia. L’Eni, lo riconoscono tutti, ha saputo fare di necessità virtù, imponenendosi nel Monòpoli energetico globale senza l’ombrello di un governo forte e autorevole. Non a caso i tedeschi, tuttora, farebbero carte false per dotarsi di un colosso paragonabile a quello fondato da Mattei. È forse, questa lacuna energetica, l’unico, per così dire, complesso d’inferiorità di cui tuttora soffrono i cancellieri teutonici.
Comunque. Prima o poi arriva il giorno in cui la necessità di un governo foriero di una politica estera chiara e condivisa diventa più indispensabile dell’aria. Non si possono scaricare, in continuazione, le rogne su chi, pure, come l’Eni, ha sempre dato prova di sapersela cavare da solo. Non si deve farlo specie quando lo stesso soggetto supplente, cioè l’Eni, potrebbe trasformarsi nel bersaglio effettivo delle crisi e dei conflitti in atto.
Anche un bambino avrebbe inuito che l’uccisione del dittatore libico Gheddafi (1943-2011), voluta soprattutto dai francesi e assecondata dagli americani, nascondeva due retropensieri: allargare l’influenza di Parigi su Tripoli e, soprattutto, spianare la strada alla Total (Francia) in un territorio petrolifero (Libia) in gran parte «governato» dall’Eni. Ma l’Italia, inopinatamente, si schierò contro i propri interessi industriali, agevolando la linea e le manovre dei suoi concorrenti energetici. Un autogol clamoroso. I cui effetti si riverberanno anche sul versante migratorio, con una ripresa degli imbarchi dalle coste un tempo presidiate, benché a intermittenza, dai soldati e dai mercenari di Gheddafi.

I più svegli compresero immediatamente che l’Eni era il vero obiettivo da colpire da parte di alcuni registi dei rivolgimenti a Tripoli, e che lo Stato italiano avrebbe dovuto calibrare la propria politica estera nel Mediterraneo tenendo conto di queste operazioni di retrobottega. Invece, complici anche gli zig zag in campo europeo (liti continue con Bruxelles sul debito fuori controllo) e sullo scenario extraeuropeo (i valzer con Usa, Russia e Cina), l’Italia si ritrova ad affrontare il dossier Libia senza alleati o sponde autorevoli. E siccome Roma non è una grande potenza, né vanta (oggi) una consistenza militare paragonabile a quella parigina, il cerchio si chiude. Il rischio che anche l’«amico» libico Sarraj, di fronte all’alternativa, in materia di alleanze, tra la stabile Francia e l’instabile Italia, possa scegliere sulla scia del rivale Haftar e sia pure malvolentieri, la prima, è tutt’altro che campato in aria. Tutto si può dire della Francia, si può dire che è la vera grande malata d’Europa, che ha rallentato il processo d’integrazione politica dell’Unione, che vive irrealisticamente nel ricordo di Napoleone (1769-1821) e di Charles de Gaulle (1890-1970), tranne che non abbia un sistema politico stabile (nonostante i gilet gialli in piazza). E un sistema politico stabile costituisce l’argomento più valido e convincente per allacciare/consolidare rapporti politici internazionali e per difendere gli interessi economici nazionali nel villaggio globale. Purtroppo, sotto questo aspetto, l’Italia, non da oggi, è parecchio deficitaria (salvo, come accennato prima, in fasi isolate della sua recente storia).

Servirebbero due cure ricostituenti: un modello politico solido, congegnato per assicurare governabilità; e coalizioni tutt’altro che litigiose, specie su politica estera e politica economica. Due prospettive, oggi, più inverosimili di una fuga d’amore tra il Papa e Belen. È sufficiente leggere ogni giorno le cronache politiche su maggioranza e opposizione che convivono e si bacchettano nello stesso governo, per mettersi l’anima in pace.

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