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In Puglia e Basilicata

La riflessione

Petrolio, acciaio e fattore lavoro

tempa rossa

Il risultato delle recenti elezioni regionali in Basilicata ha assunto un particolare significato nei Comuni dei bacini petroliferi della Val d’Agri e della Valle del Sauro nei quali la Lega ha conseguito risultati per certi aspetti eclatanti.

04 Aprile 2019

Federico Pirro

Il risultato delle recenti elezioni regionali in Basilicata - ove il Centro-destra guidato dall’ex generale della Guardia di Finanza Vito Bardi ha sconfitto sia la coalizione di Centro-sinistra e sia il rappresentante del M5S - ha assunto un particolare significato nei Comuni dei bacini petroliferi della Val d’Agri e della Valle del Sauro nei quali la Lega ha conseguito risultati per certi aspetti eclatanti.

Ne ha già parlato il Direttore su questa testata, ma forse vale la pena ritornarci per qualche altra riflessione. A Viggiano infatti, sede del Centro Oli dell’Eni e cuore territoriale del più grande giacimento petrolifero sinora reperito su terraferma in Europa, quel partito ha toccato il 61%, mentre nei Comuni prospicienti e anch’essi interessati alle estrazioni del greggio la forza politica di Salvini ha oscillato fra il 29 e il 38%, ben al di sopra cioè della media ottenuta a livello regionale.
Nella Valle del Sauro e a Corleto Perticara – ove è stato ultimato da tempo da Total, Shell e Mitsui il secondo Centro Oli esistente in Basilicata, ma non ancora autorizzato all’entrata in produzione - la Lega ha ottenuto il 24,9%. Le due parole d’ordine profuse in campagna elettorale per conseguire tali risultati sono state “sì alle estrazioni petrolifere nel rispetto dell’ambiente” e “aumento delle royalties in favore delle popolazioni locali”.

Ora, al di là di tali slogan che sono apparsi fin troppo accattivanti agli elettori di quelle zone, bisogna ricordare che nella regione - che dispone di un patrimonio minerario ben superiore a quello sinora utilizzato con le estrazioni - negli ultimi anni, a causa di qualche incidente verificatosi al Centro Oli di Viggiano che ha imposto interventi della Magistratura con prescrizioni cui l’Eni ha dato subito corso, è venuta diffondendosi un’opposizione radicale alle attività petrolifere che ha teso a presentare i rinvenimenti di greggio quasi come una maledizione per questa terra: un radicalismo ambientalista che - bel al di là di richieste pienamente legittime alle grandi compagnie di tutela dell’ambiente connessa alle loro estrazioni e di royalties adeguate – ha puntato tout-court a considerare i giacimenti di petrolio e il loro sfruttamento quasi fossero una vera e propria calamità per la Basilicata. E tale estremismo è parso a molti osservatori che abbia finito con l’influenzare anche parte dei dirigenti delle forze politiche del Governo regionale uscente di Centro-sinistra, a cominciare dal PD, i cui amministratori non sembra che abbiano avuto nei confronti delle esigenze produttive delle compagnie petrolifere - impegnate in massicci investimenti nella regione con elevata occupazione diretta e indotta - la stessa attenzione che ebbero i loro predecessori alla fine degli anni Novanta all’epoca cioè del primo Governo Prodi quando si sottoscrissero i primi accordi con l’Eni.
Il risultato elettorale della Val d’Agri pertanto potrebbe anche essere inteso come una lezione durissima per le forze politiche di Centro-sinistra, e per il PD in particolare, che dovrebbe spiegare poi all’opinione pubblica nazionale perché a Ravenna un sindaco dello stesso partito difenda (giustamente) con forza il polo navalmeccanico dell’off-shore e delle estrazioni di gas in Adriatico - gravemente minacciato dalle recenti norme antitrivelle del Governo Conte - e invece in Basilicata l’Amministrazione di cui il Pd è stato il primo partito non abbia ancora autorizzato le estrazioni nella Valle del Sauro, ove i grandi lavori per il Centro Oli sono terminati già dall’agosto scorso, ma dove sino ad oggi non risulta che sia stato estratto ancora un solo barile di petrolio.

E anche Zingaretti nella sua veste di nuovo segretario del PD - che si dice più attento alle istanze ambientaliste - farebbe bene a riflettere sui risultati della Basilicata e della Val d’Agri in particolare. Ma anche lo stesso Salvini - che pure ha stravinto nelle vallate petrolifere lucane - dovrebbe poi spiegare come riesca a conciliare quanto da lui dichiarato durante la campagna elettorale nella regione con il voto favorevole dato invece dalla Lega alle recenti norme nazionali blocca-trivelle che rischiano, se non mutate in tempi brevi, di scardinare uno dei poli di eccellenza dell’impiantistica navalmeccanica italiana, ovvero quello dell’area di Ravenna, con la perdita di migliaia di posti di lavoro ad elevata qualificazione professionale.
In ogni caso contro le ambiguità del PD, le contraddizioni della Lega e le posizioni dei Cinque stelle è auspicabile che si facciano sentire con sempre maggior forza tutti coloro che stanno lottando con determinazione per proseguire in logiche di piena ecosostenibilità le estrazioni di gas e petrolio in Italia e al largo delle sue coste, salvando tecnologie e occupazione di cui il nostro Paese può andare fiero. L’Adriatico presenta vaste aree ove i geologi ritengono molto probabile l’esistenza di vasti giacimenti di petrolio e di gas. Ma anche il Mar Ionio presenta le stesse probabilità e i sondaggi che si potrebbero svolgere, cambiando le norme, anche entro le 12 miglia dalla costa potrebbero dare risultati soddisfacenti, con benefici occupazionali per l’impiantistica off-shore, rilanciabile a Taranto e a Brindisi.

Se poi si volesse realmente decarbonizzare il Siderurgico di Taranto – fermo restando che bisognerebbe naturalmente valutarne a fondo costi impiantistici e condizioni operative insieme ad Arcelor Mittal e non contro di essa – occorrerebbero ingenti risorse finanziarie per avviare un profondo mutamento degli impianti attuali, e un prezzo del gas che consenta la produzione del preridotto di ferro a costi compatibili con una produzione dell’acciaio capace di stare sul mercato: e un gas estratto in abbondanza nel Mare Ionio potrebbe essere il polmone energetico a costi contenuti per l’acciaieria.
Potrebbe essere allora la Cassa Depositi e Prestiti a divenire partner finanziario di Arcelor, conferendo risorse per il rinnovamento impiantistico a Taranto e per assicurare un prezzo politico del gas per molti anni. Ma sarebbero aiuti di Stato ? Ebbene sì, diciamolo finalmente con chiarezza, sarebbero aiuti di Stato che il Governo italiano però dovrebbe chiedere con forza alla prossima Commissione europea che vengano concessi a tutte le siderurgie della UE, chiamate anch’esse a ridurre drasticamente le emissioni di CO2 e i rischi per la salute derivanti dal funzionamento dei loro attuali assetti impiantistici. Se come Unione Europea si vuole essere a livello mondiale in prima linea contro i cambiamenti climatici, allora è bene che a Bruxelles si consentano aiuti pubblici per le politiche di decarbonizzazione, e conseguentemente si sbarri il passo in Europa a tutti i prodotti siderurgici da qualunque Paese provengano che non rispettino gli stessi standard di ecosostenibilità delle siderurgie europee.

Ma, prendendo finalmente il toro per le corna, facciamo in modo nel capoluogo ionico e in Puglia di non sfiancarci ancora per lungo tempo fra continue manifestazioni di ambientalisti irriducibili che chiedono la chiusura tout-court dell’acciaieria, interventi di Autorità locali e regionali che pensano di poter imporre ‘a spallate’ la complessa e costosa riconversione del Siderurgico, e imbarazzate reticenze dei Sindacati che sembrano sempre di più sulla difensiva e che, invece, a nostro avviso, avrebbero ottime motivazioni per giocare all’attacco. E ci pensino soprattutto le forze politiche, nessuna esclusa, perché l’imponente stabilimento e la presenza di Arcelor sono e dovranno restare un punto di forza della città, della regione e del Paese e perderli sarebbe semplicemente suicida.

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