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In Puglia e Basilicata

L'analisi

L’acqua di cittadinanza una riforma a caro prezzo

Acqua

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«Ci riferiamo alla questione dell’acqua, i cui servizi di gestione potrebbero essere completamente pubblicizzati, cioè politicizzati, se dovesse arrivare al traguardo la riforma del servizio idrico integrato che porta la firma dell’onorevole Federica Daga»

21 Febbraio 2019

Giuseppe De Tomaso

Già il capitalismo italiano è quello che è. Un modello economico fondato prevalentemente sulle tariffe, anziché sui prezzi. Adesso, vogliono eliminare pure il sistema tariffario, affidando ogni decisione a enti pubblici ad hoc, ossia alle nomenklature politiche del momento. La buonanima (sic) di Stalin (1878-1953) avrebbe saputo fare meglio.
Ci riferiamo alla questione dell’acqua, i cui servizi di gestione potrebbero essere completamente pubblicizzati, cioè politicizzati, se dovesse arrivare al traguardo la riforma del servizio idrico integrato che porta la firma dell’onorevole Federica Daga.

Chiariamo. Che l’acqua sia un bene pubblico e che tale debba restare, non ci piove. Ma un conto è l’acqua, un conto è il servizio che deve distribuire questa risorsa primaria. Anche un’azienda privata potrebbe espletare un servizio pubblico se il suo costo dovesse rivelarsi più vantaggioso per la collettività. In ogni caso, le imprese che oggi, in Italia, provvedono alla gestione dellle condotte sono quasi tutte controllate dai Comuni, cioè da un decisore pubblico. Certo, i privati non mancano, però quasi sempre sono azionisti di minoranza. Raramente detengono il boccino del gioco.
Dicevamo dei prezzi e delle tariffe. Il prezzo costituisce il punto di incontro tra domanda e offerta, è l’informazione più esauriente sul livello di scarsità (o abbondanza) e di utilità di un bene. La tariffa è la cifra che un’autorità neutra ritiene di applicare ricercando il compromesso tra la soddisfazione dei consumatori e la remunerazione degli investitori. Ovviamente l’Autorità che stabilisce le tariffe non possiede tutte le informazioni che poi confluiscono nella determinazione del prezzo, ma perlomeno si pone il problema - sempre l’Autorità - di assicurare un servizio efficiente non deludendo, appunto, né l’impresa che investe né il consumatore che apre il rubinetto.
La situazione potrebbe cambiare, in peggio, se il trasporto dell’acqua fosse affidato solo alla mano pubblica (leggi politica), prescindendo persino dalla tradizionale logica tariffaria.
Il principio di partenza, come già detto, non fa una piega: l’acqua è una res publica (bene pubblico). Ma, si sa, la res publica corre il rischio di trasformarsi spesso in res omnium (cosa di tutti) che, a sua volta, può degenerare in res nullius (cosa di nessuno). Il prezzo di un bene serve proprio ad evitare l’approdo a questo terzo stadio, ossia all’irresponsabilità (con relativo spreco illimitato) nel possesso e nell’utilizzo di un prodotto.
La riforma Daga invece parte dall’assegnazione gratuita di 50 litri di acqua (a testa) al giorno. Acqua di cittadinanza per tutti, ricchi e poveri. Ma siccome anche l’acqua, come ogni pasto, non può essere gratis, qualcuno dovrà sostenere il peso di questa economia del dono. Un qualcuno di nome contribuente o, per chi vuole restare nell’astratto, fiscalità generale. E quale sarà il carico, sempre per il contribuente, di una gestione politica del bene acqua, visto che la filiera idrica partirà dal centro (governo) per finire in periferia (amministrazioni locali)? Sarà un carico pesante, osiamo immaginare, dato che ogni calcolo economico è complicato, per non dire impossibile, senza il flusso informativo garantito dal sistema dei prezzi. Infatti. Gli enti pubblici, come quelli ipotizzati per l’acqua, non agirebbero in una cornice concorrenziale, com’è quella che determina i prezzi di ogni prodotto e servizio. Morale: si rischiano più tasse, più costi, più sprechi, più inefficienze, e anche meno occupazione.
I sindacati prevedono una contrazione di 40mila posti di lavoro nel settore idrico, qualora fosse approvata la legge Daga: sarebbe la naturale conseguenza del blocco degli investimenti programmati (2,5 miliardi di euro). Per non dire degli indennizzi che dovrebbero essere assicurati agli attuali gestori che, non a caso, di fronte a questa, tutto sommato, buona prospettiva, non hanno manifestato propositi di ribellione.

Ora. Già il superamento della legge Galli (1994) con il ritorno alle municipalizzate costituirebbe un bel passo indietro, o un giro dell’oca sul terreno idrico. Ma a questa regressione se ne aggiungerebbe un’altra: la proliferazione dei nuovi enti, con gli abituali poltronifìci e annessi vari. Oggi insieme all’unica Autorità nazionale (Arera) operano circa 200 soggetti tra enti di gestione d’ambito e consorzi di bonifica. Con la legge Daga si attiverebbero 7 autorità di distretto e ben 400 tra bacini e sub-bacini idrici. Un ingorgo di cariche e prebende, cui fatalmente non seguirebbe il buongoverno dell’acqua. Possiamo, sin d’ora, immaginare i sindaci in lotta tra loro per gli investimenti e interventi da programmare «sul territorio» e le responsabilità da schivare.
Fidel Castro (1926-2016), a Cuba, volle affidare a una società privata spagnola la distribuzione della risorsa idrica. Si era reso conto di non poter sostenere le inefficienze di una pianificazione politica dell’acqua. In Italia, evidentemente, non vale neppure l’esempio del Lìder Maximo.

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