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Alla riscossa terroni tra fiducia e ansia

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Possiamo dire che per il Sud non c’è più nulla da fare, e metterci l’anima in pace. Però sappiamo che non è vero. E allora ci viene lo scrupolo di essere disertori verso i nostri ragazzi costretti sempre a partire. Anzi siamo noi a dire con la morte nel cuore: figlio mio, è meglio che te ne vada da qui. Certo, non si è visto in nessun altro Paese negli ultimi 50 anni un ritardo economico immutabile come il nostro. E non si è visto da nessun altra parte un divario col resto del Paese tanto resistente, anzi crescente nonostante ciò che si è fatto o si sarebbe fatto. Davvero roba da dimettersi dal Sud. Ecco perché il misto di fiducia e di ansia quando l’altra sera, appena rieletto a Bari, il sindaco Emiliano ha dichiarato di voler spezzare una volta per tutte le reni alla questione meridionale. Bari virtuosa capitale della riscossa dei terroni.

Ma si fa presto a dire riscossa, e non è che Emiliano non lo sappia. Bisogna prima capire perché il Sud è a questo punto, e da questo punto partire per cambiare. Il problema è che tutti i soldi messi finora sul bancone del Sud hanno prodotto risultati da sconforto. Non è che non siamo cresciuti: solo i prevenuti possono non vedere quanto il Sud sia cambiato. Ma per onestà dobbiamo dire anche quanto non siamo cambiati. E che cresciamo meno anche rispetto a quasi tutti i nuovi Paesi entrati in Europa. Lasciamo stare il fatto che, di soldi, il Nord ne ha avuti più di noi anche se afferma il contrario: ma da loro hanno funzionato e da noi no.

Lasciamo anche stare tutte le menate sull’inferiorità dei meridionali: quando emigriamo gliela facciamo vedere noi. Lasciamo stare la storia matrigna ma quella è stata e quella resta. Lasciamo stare la mentalità, la mancanza di iniziativa, il fatalismo, la domanda continua di assistenza. E lasciamo stare la realtà che il reddito inferiore al Sud dipende dalle troppo poche persone con un lavoro e non dalla loro produttività, da quanto rendono. Conta tutto, sia chiaro, ma non è solo questo. Un tempo si diceva che i soldi arrivavano dove serviva e non dove servivano: dove serviva avere voti e non dove servivano allo sviluppo. Basterebbe questo per capire. È capitato che una strada si sia fatta dove c’era l’onorevole più influente e non dove sarebbe stata più utile. Politica nazionale, sia altrettanto chiaro, non solo locale.

Allora problema politico, cioè di scelte fatte. E di regole in base alle quali sono state fatte. In una parola: clientelismo. Una cultura che ha privilegiato le zone da proteggere e favorire più che quelle con maggior necessità, il progetto dell’amico più che quello meritevole, la raccomandazione più che la competenza, la corruzione più che la limpidezza, i soldi comunque da distribuire un tanto a cantiere più che nelle grandi opere, personale gonfiato negli enti pubblici più che dove sarebbe stato più utile. Una anti-economia non più casuale ma diventata sistema. Che ha aggravato e perpetuato la debolezza economica invece di eliminarla. Con la corsa dell’anti-economia ad assistere ulteriormente per affrontare la continua emergenza della sopravvivenza. Un circolo vizioso, lo ha ben definito lo studioso Aldo Masullo, il nodo scorsoio che ha inesorabilmente strangolato lo sviluppo.

In questa morale, o immoralità pubblica, le classi dirigenti «da 50 anni, o da due secoli, hanno perso il nostro tempo nei loro affari». Finendo per contagiare la moralità privata, o viceversa. E diventando un modello per tutti: vie traverse, violazione delle regole, interesse personale, favoritismi, scarso senso civico, dalla doppia fila in strada alla villetta abusiva. E l’immobilismo dei prepotenti contro la mortificata attesa di nuovo.

Se il sindaco Emiliano se la sente di ritentare l’impresa con energia quanto buona volontà, questo il maledetto grumo meridionale sul quale intervenire. Senza che la cosiddetta società civile si tiri indietro come se non fosse problema suo. A cominciare dalle città, dove più dove meno il grumo ci fosse. Perché le città non sono solo piazze e giardini, ma una fonte di reddito troppo spesso mortificata al Sud dal malgoverno, perché dalle sue città la gente vuole lavoro e benessere per non essere più Sud.

Poi ci sono, ovvio, le responsabilità dello Stato. I soldi dirottati altrove. E l’urgenza che il Sud sia capace di farsi sentire. Nella Puglia «laboratorio politico» è nata un’alleanza fra Partito democratico, Udc e «Io Sud» della Poli Bortone che si dichiara voce meridionale a fronte dello «strapotere» del Nord. Un’alleanza per ora elettorale, non di governo. Che non deve correre il rischio di una semplice difesa territoriale come la Lega di Bossi. Facendo capire che un problema che sembra solo nostro è invece il primo problema nazionale. E che solo grazie al Sud potrà crescere l’Italia. Altrimenti davvero «non c’è più nulla da fare»: ma per tutti.

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