Martedì 26 Marzo 2019 | 23:10

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Non pensano allo studio credono alla fortuna

di Gino Dato
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Non è bastato a rassicurarli il rigore dei 29 mila non ammessi. E neanche l’esordio al «Berchet» di Milano dei voti finali per i professori. Per i candidati agli esami di maturità rimettersi nelle mani della dea bendata, a giudicare da un campione significativo, val più che affidarsi alle proprie risorse. Sono i segnali di fumo di una bassa autostima generazionale? O le schermaglie per un rifiuto del sistema e lo scetticismo per una costruzione responsabile del reale? Quasi che il merito, le capacità, l’intelligenza, la preparazione dei singoli, da una parte, la qualità dei docenti, la serietà delle famiglie nulla possano come fattori di successo contro il manifestarsi della signora fortuna. Peggio ancora, del caso, dell'inponderabile, della jella. Il sondaggio accresce le trepidazioni e le attese che accompagnano questo che è un momento topico nella storia di un paese, per ragioni simboliche che ogni famiglia e generazione ha provato attraverso esperienze dirette. È la prima prova, o quasi, per i giovani, gli stessi che sembrano destinati a uno sfibrante cursus honorum di «bamboccioni» nella casa dei genitori. Avranno magari superato altre prove, sportive o culturali o di abilità, vinto ostacoli o difficoltà. Ma la prova di maturità è di per sé spiazzante, perché porta con sé il crisma di un rituale di passaggio, di un nodo del romanzo di formazione.

Turba allora che si proietti sull’esame il dubbio che a segnarlo siano parametri di equità e che i protagonisti ne sortiscano giusta ricompensa e riconoscimento dei propri meriti. Quasi 3 studenti su 10 sono certi, anzi, che né uno studio «matto e disperatissimo» né una conoscenza approfondita dei programmi garantiscano un buon risultato. Una percentuale analoga teme l'emozione, mentre il 23% degli intervistati giudica la maturità troppo «lontana» dalla realtà scolastica perché parte di essa viene stabilita dal ministero senza considerare i programmi effettivamente svolti. Infine, un’altra componente trova allarmante l’elemento «commissari esterni»: come possono degli sconosciuti in pochi giorni valutare il lavoro di 5 anni? Sono i professori esterni la prima causa di preoccupazione tra i giovani maturandi(30%).

Un simile atteggiamento offusca il quadro che si delinea nelle famiglie, schierate generalmente su due opposti e spesso esasperati atteggiamenti, pur se non sempre manifesti. Da un lato, i genitori che tengono a «fare bella figura», che pompano i figli come polli di batteria, che li inzufolano come missionarie di carità, generando un carico di ansie da prestazione. Dall’altro i genitori che simulano un’atarassica attesa della nottata che deve passare, inducendo – d’altro canto – una sorta di cinico fatalismo.

Forse né l’una né l’altra genia sa spiegarsi che è nella natura dell’individuo attendere comunque un riconoscimento, nella storia personale. Senza la consapevolezza di una giusta ricompensa, gli uomini non sarebbero mai andati avanti.

In mezzo a queste famiglie stanno appunto i nostri figli, tra fantasie premonitrici e costruzioni di tattiche e strategie, tra notti insonni e frenetici ripassi, tra pronostici e consultazioni del popolo di Internet. Può consolare che, in un’altra inchiesta, il 31% dichiari che non cercherà alcun aiuto extra, e che conta solo sulla propria preparazione.

Rimane questo affidarsi al cieco e arbitrario manifestarsi della sorte, quasi che il pizzico di fortuna, che pur tempera le nostre azioni, lasci totale spazio allo scatenarsi del caso più assoluto.

Non ci pare un atteggiamento costruttivo rispetto al reale. Né un presagio di maturità. Ma forse, nonostante la ventata di moralizzazione e di severità che il ministero fa soffiare sull’accesso alle prove, il rifugiarsi nei riccioli della fortuna trova un terreno di coltura proprio nelle atmosfere del paese.

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