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La decrescita «felice» di Bari e della Puglia

Gli anni sono passati e l’ultimo decennio ci ha abituato a espressioni ricorrenti nelle cronache: crisi, emergenza, allarme. Oppure al silenzio più totale, come nel caso dell’Università, che ha perso 14mila iscritti riuscendo a non farlo sapere in giro

La decrescita «felice» di Bari e della Puglia

Il terreno scivola sotto i piedi e non ce ne accorgiamo; anzi, peggio: andiamo avanti facendo finta di niente. Non è necessario invocare le analisi di economisti accreditati o di sociologi di tendenza per certificare la decrescita “felice” che negli ultimi anni, nonostante gli sforzi e l’impegno e le intenzioni, sta caratterizzando il territorio della Puglia e di Bari, che della regione è il capoluogo e dunque il simbolo, l’emblema e il traino.

Attenzione: non si intende qui tirare la volata a chi è attualmente al governo o a chi è all’opposizione. Né si vuole osannare chi si fa pregio di rappresentare il cambiamento (che si dice, ma non si vede). In questa decrescita sono coinvolti tutti: tutti i cittadini e i loro rappresentanti, tutti i partiti e tutte le istituzioni, l’imprenditoria e la magistratura, i sindacati e le università e pure la Chiesa. Tutti, perché altrimenti questa decrescita non sarebbe “felice”, non passerebbe cioè inosservata, non troverebbe compiacenze fatte di silenzio e noncuranza. Tutti dentro: tutti a lamentarsi, tutti in cordata a lagnarsi di chi sta avanti e “tira” poco o di chi sta dietro e fa troppo da zavorra. Tutti sulla stessa barca e felici di esserlo, benché la barca stia imbarcando acqua: poco alla volta, per carità, senza particolare allarme. L’importante, per tutti, è salvare il quotidiano. Poi domani si vedrà.


Ci sono istituzioni-simbolo il cui crollo è sintomatico di questa decrescita. Le origini del fenomeno affondano addirittura nell’ultimo scorcio del secolo scorso. Anno 1991: Petruzzelli, l’incendio e la distruzione del teatro. Quel rogo violentò l’immagine di Bari e della Puglia, cancellò il suo piglio imprenditoriale, azzerò la spinta culturale che da quel palco in quegli anni stava lanciando l’intera regione addirittura oltre i confini nazionali. Da quel momento, ogni sforzo è stato teso verso la ricostruzione e in effetti – tra varie vicissitudini che pur conosciamo e con artifici statutari tuttora irrisolti – il teatro è stato di nuovo riportato a nuova vita, finalmente, alla fine del 2008. Altra data simbolica. Con la riapertura del sipario del Petruzzelli si è dato spazio sì alla Cultura, ma si è definitivamente archiviato quello della Giustizia. Il vulnus del Petruzzelli è il grande punto di domanda rimasto insoluto nei vari processi penali sull’incendio. Facciamo finta che tutto va bene e andiamo avanti, ci siam detti: l’importante era ed è avere il teatro funzionante, com’era e dov’era, e pace.


Dal 2008 in avanti la crisi ha toccato, a rotazione, altre istituzioni-simbolo. Tutte costruite con fatica dalle generazioni che ci hanno preceduto e tutte destinate al fallimento dalla nostra. Prontamente si è addossata la responsabilità al mercato e alla crisi congiunturale in una sorta di auto-assoluzione collettiva: tutti hanno colpa, nessuno ha colpa, insomma. E così è stato picconato il centro di ricerca di Tecnopolis, poi è stata la volta addirittura della Fiera del Levante. Il grande contenitore dell’economia del Mezzogiorno, il centro propulsore della Puglia nel Mediterraneo e verso l’Africa, è stato lasciato decadere fino a quando un osannato accordo con i bolognesi ne ha sancito un rilancio di cui, in verità, finora abbiamo visto solo timidi segnali.


Gli anni sono passati rapidamente e l’ultimo decennio ci ha abituato a espressioni ricorrenti nelle cronache del giornale: crisi, emergenza, allarme. Oppure al silenzio più totale, come nel caso dell’Università, che ha perso quattordicimila iscritti riuscendo a non farlo sapere in giro. Di crisi, anzi di vera emergenza, abbiamo parlato a proposito della Giustizia, non solo per i processi infiniti o gli omicidi irrisolti, ma per la stessa deficienza strutturale delle sedi in cui la Giustizia è amministrata: non esiste in Italia un altro caso simile a quello di Bari, dove i processi penali si sono svolti sotto le tende della Protezione Civile ed ora in otto sedi diverse perché negli anni non si è stati capaci di individuarne una e buona. Anche in questo caso, la colpa non è di uno o due: è di tutti, perché a decidere sono tutti gli organismi istituzionali preposti, non uno solo.
Se allarghiamo l’orizzonte, impattiamo nell’impennata della criminalità nel Foggiano o nella crisi ambientale e del lavoro a Taranto con il caso Ilva, che ha occupato le cronache per anni senza mai addivenire ad una soluzione definitiva. Tuttora quella raggiunta non lo è, almeno sul piano ambientale. Così come non è strutturale il successo turistico del Salento mentre l’intera politica culturale pugliese è fatta di tante nobili ed efficaci iniziative, ma tutte scollegate fra loro e spesso addirittura in competizione sul territorio.


Questa pantomima della crescita finta ha coinvolto anche il mondo dello sport. Anche il calcio è stato protagonista di decrescita ma felice: il Bari Calcio è sprofondato in serie D e non per demeriti sportivi, anzi. La squadra della città capoluogo è scivolata così in fondo per le scorribande finanziarie del suo patron, che tutti conoscevano sin dall’inizio come un pirata dell’imprenditoria e che tutti tuttavia hanno sempre osannato fino a quando ha mollato gli ormeggi abbandonando la nave. Ma ora il Bari Calcio è in campo comunque, e pace.
Gli ultimi due casi da annoverare in questo rosario di crisi ineffabili, che riguardano tutti e su cui tuttavia si continua a ostentare finta sicurezza, sono l’epidemia negli uliveti infestati dalla xylella e il destino ancora indecifrabile della Gazzetta. Molto si è giocato in questi anni sul batterio dell’ulivo; molta voce si è data a chi non la meritava e agli speculatori: i tribunali, del popolo o in toga, sono stati puntualmente smentiti dalla scienza e ora i nodi stanno arrivando al pettine. Sulla Gazzetta siamo parte in causa e parlarne è imbarazzante. Vogliamo tuttavia precisare che la situazione del giornale non attiene alla fin troppo declamata crisi dell’editoria, ma all’applicazione di una legge dello Stato: l’editore è stato indagato dal tribunale di Catania, che ha ritenuto di sequestrare i suoi beni delegandone la gestione a due amministratori giudiziali.
L’unica istituzione-simbolo risparmiata da questo trend disastroso è San Nicola, patrono di Bari e in qualche modo protettore di tutta la Puglia. Ma il vescovo santo è amante dei forestieri, lo sappiamo. E così – a dispetto delle sospirate cordate locali - ci troviamo Mittal a Taranto, De Laurentiis in biancorosso e i bolognesi in Fiera. E ora speriamo in altri forestieri per combattere la xylella, costruire un tribunale e salvare la Gazzetta.

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