Giovedì 21 Febbraio 2019 | 03:04

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Tormentone Sanremo: al via una liturgia di 5 giorni

«Sanremo è come la Messa la domenica o la festa della bandiera» ci diceva non molti giorni fa Gino Paoli, uno che di canzoni... qualcosa ne capisce

Tormentone Sanremo: al via una liturgia di 5 giorni

Ormai siamo ai nastri di partenza: da domani fino a sabato sera, il tormentone televisivo degli italiani sarà il Festival di Sanremo, croce e delizia del mese di febbraio, sorta di immutabile liturgia profana. «Sanremo è come la Messa la domenica o la festa della bandiera» ci diceva non molti giorni fa Gino Paoli, uno che di canzoni... qualcosa ne capisce.

Per poi aggiungere «detto questo, però, andrebbe cambiato tutto, da capo a piedi». Liturgia, si diceva, perché nelle sue inesorabilmente lunghe cinque serate, che si protraggono sino a notte fonda per la gioia degli sponsor, Sanremo è quanto di più autoreferenziale possa esistere nella nostra televisione: fa durare, appunto, cinque notti, ciò che in un qualunque altro festival-concorso canoro non durerebbe più di tre. (E certo, perché si tratta di lanciare le canzoni che ci accompagneranno sino a febbraio dell’anno prossimo, per cui è necessario che ci entrino nella testa con la prepotenza di un Black&Decker di quelli a percussione, sino a diventare dei veri e propri tormentoni). E nella serata finale ci accompagnerà sino a orari improbabili per rivelarci il nome del vincitore, anche se poi il pubblico - a casa e all’Ariston - non si riconoscerà nel verdetto delle giurie e finirà per scegliersi le proprie canzoni.


Anche quest’anno, sempre per restare in tema di liturgie, il Festival è stato preceduto dalle (solite) polemiche sui costi, sui cachet dei protagonisti, a cominciare da quello del suo direttore artistico Claudio Baglioni che, fanno sapere dalla Rai, percepirà «solo» 585mila euro, lo stesso compenso del 2018 e la cosa sinceramente ci preoccupa un po’: ce la farà ad arrivare a fine mese?
Nell’anno del governo gialloverde, il Festival è stato sottoposto a una drastica spending review che non ha risparmiato nemmeno i compensi di Claudio Bisio e Virginia Raffaele, ai quali toccherà il compito di affiancare Baglioni come co-conduttori. Si parla di 400mila euro per Bisio (80mila a sera) e 350mila per la Raffaele: un intollerabile sberleffo alla parità di genere. O forse una nemesi, considerato che invece l’anno scorso fu la Hunziker a essere pagata più di Favino. In ogni caso, si tratterà di una edizione «virtuosa»: assicurano dalla Rai che per i cachet non si spenderanno più di 500mila euro a sera, per arrivare a circa 2,5 milioni sommando le cinque serate. Bazzecole rispetto ai più di 3 milioni delle edizioni di Bonolis, Fazio o Gianni Morandi. Resta il fatto - fanno notare dalla Rai - che a fronte di una spesa complessiva di 17 milioni di euro, se ne incasseranno oltre 25. Come a dire: di che vi lamentate?


Tuttavia, possiamo starne certi, Sanremo non vorrà farci mancare qualche altra polemicuccia di percorso, perché cinque giorni sono tanti e un po’ di pepe fa sempre bene. Lo stesso scambio di idee sui migranti fra Baglioni e il ministro Salvini - poi conclusosi con un volemose bene dopo voci incontrollate di purghe staliniane - è stata una ghiotta anticipazione.
E le canzoni, direte voi? Già, le canzoni... ma perché, qualcuno crede ancora che costituiscano il cuore pulsante del Festival? Per molti versi, Sanremo le stritola un po’ come Urano divorava i propri figli. Ne ascolteremo tante e alcune ci piaceranno pure, ma ormai - a guardare le cifre - è abbastanza chiaro che il cosiddetto core business non sia tanto la musica in sé, quanto piuttosto la raccolta pubblicitaria: di qui l’esigenza di tenere gli ascolti sempre più alti, anche - ma non solo - con la gara canora.
Su una cosa però si può affermare che il Festival di Sanremo sia rimasto uguale a se stesso. Si è sempre detto che sia uno specchio dell’Italia, meglio ancora dell’italiano medio, che in quella ritualità e in quelle canzoni finisce per rispecchiarsi. E allora, mai come quest’anno ci fu slogan più azzeccato: «Se tutto va bene». Perché Sanremo è Sanremo. Amen.

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