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Quando a Sanremo si poteva... volare

In pochi, affannati, seguaci delle confraternite riescono a ricordare i vincitori della gara. La memoria collettiva preferisce archiviare gli eventi di questa che, in molti, definiscono la «narrazione» dell’evento sociale

Quando a Sanremo si poteva... volare

Sanremo, inteso come festival, è una festa patronale. La canzone italiana c’entra poco con il caravanserraglio, a parte l’incombenza di doverne ascoltare un certo numero ogni sera, incombenza che ci consente di fare altro, telefonare alla morosa, portare il cane a fare pipì, rimestare il ragù, fare il caffè. Come nelle feste patronali, gabbare «lo» Santo, la musica dunque, è scontato, inevitabile. Con qualche bella eccezione


In pochi, affannati, seguaci delle confraternite riescono a ricordare i vincitori della gara. La memoria collettiva preferisce archiviare gli eventi di questa che, in molti, definiscono con gergalità salottiera, la «narrazione» dell’evento sociale. Nella festa patronale, insomma, contano molto di più i bilanci dell’elemosiniere, che il repertorio della banda musicale. Ed ecco l’affollamento dei clerici vagantes che, in attesa di applicarsi al lavoro sul palcoscenico dell’Ariston, si affannano intorno alle notizie del giorno, al clima sociale della patria canzonettara, alle cronache della sfrontata attualità di inezie e pettegolezzi per asseverare il luogo comune più stanco e privo di armonia e ritmo che si possa immaginare: usare la festa patronale, il Festival, per parlare di attualità sociopolitica.


Finalmente, dicono gli appaltatori del Comitato sanremese, un vero pubblico, una folla, per la verità, starà a sentire, grazie alla gara, alla competizione musicale, qualche voce che parla di politica e società. Naturalmente tutti dimenticheranno, con la verve polemica, anche le notizie. Come dimenticheranno anche i vincitori del festival.
E, oggi, mentre ci congratuliamo con Anna Tatangelo per la riconciliazione con Gigi D’Alessio, prendiamo atto di un’altra riconciliazione, più, diciamo, eminente: quella tra Baglioni leader del Festival e il vicepresidente del consiglio Salvini. Essi avevano avuto un diverbio mediatico perché il leader del Festival aveva criticato dal podio sanremese la politica del vicepremier. Baglioni ha fatto esattamente quello che ci si aspetta in occasione del festival della canzone italiana dalla sua fondazione nel 1951: che lo si usi per l’assemblearismo immane che mescola tutto, ugole, voci di popolo, canzoni, gride manzoniane, tragedie e farse, ribellioni, solfeggi musicali e fraseggi della politica. Un gran pasticcio in cui si beano milioni di fedeli.


Gli Italiani spettatori si sono abituati a pensare che il festival abbia la stessa funzione del discorso sullo stato dell'Unione del presidente degli Usa. Facciamocene una ragione: la perversione si radicava sin dal tempo della polemica tra solisti campioni o «urlatori e melodici». Data l’età, le sole che io ricordi. Torrielli o Pizzi? Dorelli o Villa? Mentre si mescolava satira politica, ribellione sociale, pigro ottimismo di volontà un poco scassate, ci si domandava: «E Celentano che farà?».
Mentre l’Edera ancora s’avvinghiava agli ottonari di Seracini e D’Acquisto, Celentano, in Via Gluck, si prepara a distribuire ventiquattromila baci al pubblico renitente alle rivoluzioni nel Teatro Ariston, ma pronto ad applaudire quelle canore. Ma chi volete che si potesse turbare dei «supremi aneliti» di Nilla avvinta come l’edera, se non La Malfa col fedele elettorato romagnolo? Chi volete che prestasse orecchio al programmino liberatorio di Gino Latilla che con «Amare un’altra» arrivò terzo in finale? Ed ecco l’eccezione di cui dicevo: Modugno.


Vinse e stravinse quell’ottavo Festival della canzone italiana di Sanremo, 1958, «Nel blu dipinto di blu» del geniale trio aviatorio Modugno-Migliacci-Modugno: un trimotore da caccia ai milioni di veneranti fan, cantatori di quell’inno alla gioia in versione modernariato che ancora canticchiamo come una canzone patriottica che, del resto, era, è e sarà «Volare».
E siamo al presente storico. L’Italia sgrana gli occhi abbindolati dal boom economico in corsa e scopre questo meridionale baffuto che canta anche con i gesti, affascinando popolo e genti con la tensione, indescrivibile a parole, che frantuma il cliché del cantante con l’ugola al miele, imbalsamato ad ammannire un repertorio rimato in «ore» di amore, fiore e dolore. E, spesso, sopore.


«Volare» cantano tutti con il semplicissimo codicillo di «oh, oh», ribattezzando la canzone italiana più geniale del secolo scorso. Il resto: cantanti intonati, puliti, azzimati sta a guardare a bocca aperta Mimmo che s’invola alto e beffardo. Lo avevano preso per Siciliano per via delle sue riedizioni delle melopee isolane fornite alla discografia distratta quando faceva il posteggiatore di lusso ai tempi della bohème artistica romana: ora scoprono che è di Polignano a Mare. E qualcuno spiega così, con quell’ascendenza solare, il Volare più azzurro e meridiano della musica moderna italiana. Mimmo aveva capito che il suo omino sognante di allontanarsi nell’abisso in salita di tutto quel cielo, quell’omino solitario rapito dal vento che lascia giù campanili, torrenti, vecchi scarponi, papaveri, papere e viali d’autunno, cabra più in alto del sole e lascia tutti giù per terra. Presto incontrerà Icaro dissennato e satelliti fabbricati dagli uomini che sanno fare e cantare e, forse, anche qualche astronauta sognatore con la faccia di un pagliaccio sghembo di Chagall trasognato e il casco di Gagarin. Ricordate? Quello fu il tempo delle avventure spaziali che ancora balbettavano la sfida irrinunciabile per contraddire il vescovo cui Brecht fa sentenziare «Non è uccello l’uomo e mai volerà». Mimmo e Migliacci avevano incontrato la musica della gioia e della liberazione dal pregiudizio cominciando dalla minuscola battaglia nel mondo marginale, sì, ma popolarissimo della canzonetta. Quando il sogno finirà l’omino continuerà a volare negli occhi di lei: è o non è canzonetta, dunque? Ma, forse, Mimmo ha ancora in mente la poesia persiana che dice «Tu, amor mio, mi chiedi la differenza fra te e il cielo? È questa: che quando tu sorridi il cielo scompare». Oggi dobbiamo accontentarci della festa patronale che, per ora vola basso. Speriamo nella musica.

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