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Se pensiamo che nel film «Ladri di biciclette» (1948) Lamberto Maggiorani (l’attore preso dalla strada secondo il trend del neorealismo di Zavattini-De Sica) stava attaccando il manifesto di «Gilda» (1946) con l’irresistibile Rita Hayworth proprio nel momento in cui gli rubavano lo sgangherato strumento di lavoro, è presto dimostrata la differenza tra le miserie della Capitale e la ricchezza di un set hollywoodiano sia pur ambientato in Argentina nel mondo patinato dei casinò di Buenos Aires. Tant’è che il paese della «pampa» sconfinata divenne dorato rifugio di gerarchi nazisti riusciti a fuggire evitando la sicura condanna al processo di Norimberga.

E infatti, al di là delle schermaglie fra Rita Hayworth e Glenn Ford, il subplot della storia s’incentra sul marito di Gilda, Mundson, un uomo ricco, enigmatico, proprietario di un lussuoso casinò che gli serve da copertura per i suoi loschi traffici relativi alla creazione di un monopolio del tungsteno, in associazione con i rifugiati nazisti. Il film, diretto da Charles Vidor fu presentato a Venezia nel 1948 e fu snobbato dalla critica, ma il cameo di De Sica-Zavattini gli rese più di un «Leone d’oro». O di tungsteno, tanto per restare in tema. Chimicamente esso viene classificato come «elemento» ma in pratica fuso con l’acciaio diventa un metallo quasi inscalfibile, forse già sperimentato con le armi segrete naziste e oggi insostituibile nella realizzazione di razzi e navicelle spaziali. Come termine onomatopeico la parola tungsteno (dallo svedese «tung-sten» - pietra pesante) rende oltremodo l’idea di durezza. Come termine simbolico mi viene da pensare a come fece l’Italia di ladri di biciclette a diventare il radioso bel Paese del boom economico (1959) ovvero, dopo averlo tanto citato, «al tungsteno».
Tanto da ritrovarci tutti noi col frigo della Zanussi, con il televisore Philips e con la 600 della FIAT, ovvero letteralmente miracolati. Ma, cosa ancora più importante, con una Lira che dire «forte» forse non rende quanto «pesante»: come quella «pietra pesante / tung-sten» e che non aveva nulla da invidiare alla Corona svedese (nomen omen) fino all’USD, a S.M. la Sterlina ed al Franco svizzero. Dalle Alpi alle Madonie, dal Conero al Circeo, il boom economico si diffuse capillarmente e noialtri miracolati lo percepivamo e lo trasmettevamo telepaticamente in assenza di tweet, sms, post e altre diavolerie del Web. D’accordo che il piano Marshall non era certo la Casaleggio & Associati con la piattaforma Rousseau e la democrazia diretta annesse, ma i vantaggi dell’«Anschluss» all’America non sarebbero stati di grande portata senza il genio degli Alcide De Gasperi, dei Luigi Einaudi, dei Vittorio Valletta e degli Enrico Mattei. E forse si trattò di carità vagamente pelosa se è vero che, «facendoci fare l’America» esportando democrazia capitalistica a suon di dollari, Harry Truman nello stesso tempo arginava l’espansionismo sovietico verso l’Europa occidentale in piena Guerra Fredda. E se gli USA prendevano due piccioni con una fava a noi non conveniva certo guardare in bocca a caval donato. Un antico e saggio proverbio Indù recita «Pronto il Maestro, pronto il discepolo». Messo al plurale in esso c’è la conferma che i Maestri sopra citati trovarono pronti tutti noi discepoli armati di cemento e tondino (perdonate il bisticcio) per la cosiddetta ricostruzione.

Nacque così la mirabile rete autostradale, la stazione Termini (celebrata in un film) e, per esempio, qui a Bari si raggiunse il clou dei 1000 (mille) cantieri edili aperti. Ricordo ancora il titolone in Cronaca della Città sulla «Gazzetta». Come diceva quel piazzista di non so che - «Non sarò qui a contarvi la Scala santa di Milano…» per appiopparci merce di dubbia qualità, così io non starò qui a decantare la buona fede del grande Alcide quando designò quale suo delfino il Divo Giulio, che attraversò tutta la Prima repubblica all’insegna di una crescente corruzione fino alla Balena Bianca spiaggiata. Idem dicasi per la Seconda con il cosiddetto Ventennio di B. fino al Nazareno «all inclusive». Oggi la dottrina di Rousseau ci ha imposto con qualche secolo di ritardo i Sanculotti Luigi e Matteo, che ce lo mettono tutto il loro sottovuoto spinto <a rendere> e che si fanno rappresentare da un premier, Giuseppe Conte, che prima o poi potrebbe diventare per loro uno scomodo «outsider». In tempi recenti (forse un tweet ripreso dalla stampa) un buontempone ha auspicato - «Per l’Italia ci vorrebbe un piano Marshall…» (ohibò!) mentre il tungsteno non è più alla portata delle nostre tasche.

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