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A colpi di piccone su capitali e capitalisti

In Italia i soldi ci sono, ma finiscono spesso nelle mani e maniere sbagliate, anche perché la cultura finanziaria del Paese, non solo presso i profani, è quella che è: modesta e poco radicata.

A colpi di piccone su capitali e capitalisti

Si dice in America che quando uno non ha nulla da dire scrive un libro e che quando ha solo qualcosa da dire scrive un articolo. Non sono molti, all’infuori dei classici, i libri che hanno qualcosa da dire e che, pertanto, vanno divorati con la fame di un leone davanti a una gazzella. Uno di questi volumi è L’Italia: molti capitali, pochi capitalisti scritto dall’economista Beniamino A. Piccone ed edito dal finanziere-mecenate Guido Roberto Vitale, che ne ha curato l’introduzione. Già il titolo sfata il luogo comune che vede l’Italia povera di capitali e prodiga di capitalisti. È esattamente il contrario. I soldi ci sono, ma finiscono spesso nelle mani e maniere sbagliate, anche perché la cultura finanziaria del Paese, non solo presso i profani, è quella che è: modesta e poco radicata.

La prefazione di Francesco Giavazzi non è tenera verso il capitalismo italiano che ha collezionato più fiaschi che coppe, ma oggi per fortuna ci sono imprenditori che considerano la concorrenza il loro modus vivendi e non trascorrono le giornate a elemosinare sussidi pubblici nei palazzi del governo. Il rischio, paventa Giavazzi, è che questi imprenditori non si accorgano dei propositi della nuova classe politica, orientata a distruggere i valori su cui essi prosperano: lavoro, merito, concorrenza.
Il peccato originale, il professor Piccone non lo nasconde, va addebitato allo Stato, che dovrebbe limitarsi a creare le condizioni per fare impresa, anziché pasticciare con le sue interferenze in cucina. Più che promuovere una «politica industriale», lo Stato dovrebbe partorire una «politica per l’industria». La distinzione non è capziosa, e neppure nominalistica, bensì sostanziale. «Politica industriale» vuol dire assistenzialismo, aiuti a pioggia (specie per chi ha pagato le campagne elettorali, ndr); «politica per l’industria», invece, vuol dire mercato nel recinto di regole ben chiare.
Forse dipende anche da questa ragione il paradosso di uno Stato povero abitato da famiglie ricche, con le imprese sovraindebitate nei riguardi del sistema bancario. Eppure il Belpaese abbonda di risparmiatori, non solo di santi, poeti e navigatori. Infatti.

Questo è il punto. Pur potendo disporre di una vasta e, potenzialmente, voluttuosa platea di investitori, la vulgata corrente demonizza la finanza, ossia la movimentazione del capitale, preferendo la tesaurizzazione della moneta. Roba che avrebbe suscitato la riprovazione di Bernardino da Feltre (1439-1494), il fondatore dei Monti di Pietà, per il quale il «capitale inagito» era quasi peccato mortale dal momento che sottrae risorse agli scopi produttivi. Solo la «moneta movimentata» si trasforma in capitale.
Alla mortificazione dell’investimento finanziario fa da pendant la predilezione della cultura del debito. Osserva, ancora basito, Piccone, che forse non disdegnerebbe il piccone per sanzionare certe singolari pretese: «Alcuni imprenditori chiedono sussidi e, al contempo, misure di riduzione della spesa pubblica». Invece, la classe politica farebbe bene a considerare il debito come un «vincolo insuperabile» e non come un serbatoio inestinguibile di risorse da distribuire. Ma da questo orecchio, il decisore, in Italia, ascolta poco o punto.

L’altra palla al piede, dopo il debito, si chiama evasione fiscale. Questa infedeltà, ricorda l’autore, incentiva gli imprenditori a rimanere piccoli, per cui permanere in una dimensione ridotta può essere più conveniente che innovare. Eppure l’ethos dell’imprenditore, già caldeggiato ed esaltato da Benedetto Cotrugli (1416-1469) ne «L’arte della mercatura», è fondamentale per il successo di un’iniziativa e per la salute di un sistema economico. Così come è importante, per la sfida di un’impresa, il passaggio generazionale: «Se un figlio non è adatto alla carica assegnatagli, diventa poi difficile estrometterlo, una volta introdotto in ruoli di responsabilità. Sono pochi ad avere il coraggio di licenziare un congiunto: tra questi il caso eccezionale di Bernardo Caprotti, il fondatore di Esselunga».
La ritrosia a percorrere le strade della finanza, che poi sono le strade dei mercati, è l’alfa e l’omega della questione. I mercati finanziari, in Italia, sono per convinzione «brutti e cattivi». A nessuno torna in mente ciò che scriveva l’economista austriaco Joseph A. Schumpeter (1883-1950) nel lontano 1911: «Senza la finanza, la struttura dell’industria moderna non sarebbe mai sorta». Per non parlare degli strali continui di cui è bersaglio la specuazione. Eppure un altro grande austriaco, Ludwig von Mises (1881-1973) faceva notare che ogni attore economico è uno speculatore in quanto l’azione umana è sempre diretta verso il futuro, che è di per sé sconosciuto, e quindi incerto.

Quanto ha contato, si chiede Piccone, nella diminuzione del numero delle grandi imprese il fatto che il nostro apparato economico è incentrato fortemente sul sistema bancario? Parecchio, visto che l’Italia è la nona economia al mondo in termini di prodotto, ma solo la 17ma nella classifica delle piazze finanziarie. È sempre eccessivo il ruolo del debito rispetto al patrimonio netto di un’impresa, anche perché il sistema tributario ha sempre favorito l’emissione del debito, quasi interamente deducibile, e ha così deresponsabilizzato un po’ tutti, compresi gli stessi istituti di credito.
Logico che il Contesto esalti il capitalismo relazionale e incentivi la diffidenza verso la Borsa, lasciando incredulo un «Nobel» dell’economia, come l’indiano Amartya Sen. Leggiamolo: «Come è possibile che un’attività tanto utile, la finanza, sia giudicata così dubbia sotto il profilo etico? Se il mondo avesse seguito il consiglio di Polonio - non indebitarti e non prestare soldi - non avremmo raggiunto l’abbondanza di cui oggi godiamo». Chiosa Piccone: proprio perché il nostro sistema è bancocentrico, la crisi in Italia si è fatta sentire di più.

Piccone ha un faro, un suo Virgilio, nel viaggio nei gironi dell’inferno italico: Paolo Baffi (1911-1989), governatore della Banca d’Italia tra il 1975 e il 1979. Di Baffi il Nostro è anche biografo. Baffi è stato forse il miglior custode del credito mai approdato ai vertici dell’Istituto, ma rimane soprattutto un esempio di rigore e di buon governo (e ne pagherà le conseguenze). Cosa direbbe oggi Baffi di fronte alle frequenti prestazioni di dubbia moralità (eufemismo) in atto su tutte le sponde del capitalismo?
Non ci sono più gli Adriano Olivetti (1901-1960), ma per fortuna ci sono stati i Sergio Marchionne (1952-2018), così come c’è quel «quarto capitalismo», formato prevalentemente da medie imprese, concentrato a esportare il meglio dell’Italia nel mondo.
Risiede qui la speranza dello Stivale, speranza che non può essere disgiunta dal ruolo di una stampa in grado di poter controllare la quotidianità dei vari Poteri. Ma, aggiungiamo noi, oggi la stampa viene considerata, dalla nuova Razza Padrona e Potentona, un fastidioso moscone da cui occorre liberarsi al più presto. Il che, oltre all’analisi e alla requisitoria di Piccone, non induce all’ottimismo.

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