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Storia, prossimamente su questi schermi

di Giacomo Annibaldis
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E quando la comparsa, con la sua faccia di anglo-indiano, cercò di far brillare la mina spingendo il detonatore, qualcosa baluginò al suo polso. Stop!, gridò costernato il regista: come poteva essere verosimile che un milite delle guerre coloniali inglesi esibisse nell’800 un bell’orologio da polso?

Quella comparsa aveva il volto di un ebete disincanto, quale poteva offrirlo solo Peter Sellers. Cito a memoria un passo del film Hollywood party, il comicamente graffiante film di Blake Eduards, del 1968. Una scena che - più di ogni discorso - sintetizza (e irride) la «filologica» ossessione che ci prende ogniqualvolta siamo spettatori di un film «storico»: tutti a caccia di errori e incongruenze, tutti a scoprire anacronismi. Non so, il maiale roseo nel Medioevo, epoca in cui erano magari neri; o la frutta imbandita nell’antica Roma, di quella che sarà conosciuta solo dopo la scoperta dell’America...

Per capire la «poetica» del film storico, in realtà varrebbe ancora la teoria della «verosimiglianza» elaborata dal Manzoni per il romanzo storico. Lo sottolinea con acume Vito Attolini, studioso barese della cinematografia il quale da tempo va riflettendo sulla «storia nei film». E ora assembla i suoi precedenti interventi nel volume Visioni retrospettive, edito da Barbieri ed. (pp. 246, euro 15). «Il romanzo storico - scrive - può costituire un utile punto di riferimento, sia per la sua evoluzione sia anche per l’affinità dei modi espressivi che avvicinano il cinema al romanzo».

Tutte le implicazioni del «film storico» vengono sceverate da Attolini, partendo dall’ovvia constatazione che l’occhio del cinema è «spontaneamente» storico, sia per il suo valore rievocativo rispetto al passato sia per il ruolo documentario rispetto al presente. Ed è per questo che il genere «storico» nel cinema si mostra più duraturo.

Il catalogo filmografico preso in considerazione da Attolini va da Cabiria - il film italiano di Pastrone (1914) che «pose le fondamenta per il futuro del kolossal sul mondo antico e, più in generale, per il film appartente al genere storico» - a Le Crociate di Ridley Scott (2005). Mentre lo spettro cronologico va dalla mitologia e dalla civiltà greca (tace la preistoria) fino al Rinascimento. Molta attenzione è dedicata alle epoche romana e medievale; e la predilezione critica è per la filmografia italiana.

Le ragioni del successo dell’«antico» nel cinema sono insite nella seduzione che ancora si riverbera dalla civiltà greca e romana. E tuttavia non possono essere esclusi motivi «ideologici», che inducono le filmografie nazionali a ricercare - e a magnificare - le proprie radici nella storia: si sa che l’ideologia imperiale del fascismo favorì la rievocazione della romanità come esaltazione delle proprie origini; ma lo stesso criterio è sotteso nella insistita ripresa della figura di Giovanna d’Arco per la cinematografia francese.

«Il passato non è un tempo inerte, ma una realtà tuttora operante», scrive Attolini, ribadendo un concetto valido fin dall’antichità, allorché sulle scene del teatro greco venivano rappresentati i miti, un deposito di leggende riconsiderate con lo stesso spirito dell’attuale film storico: «generalmente in un’ottica non tanto di rifacimento quanto di sostanziale adesione». L’idea di un’analogia tra passato e presente è d’altronde ribadita da registi nobili come Stone, che per il suo Alexander (2004) intese ricostruire il passato «attenendosi a quello attestato dalle fonti o ripensarlo “al presente”, in una prospettiva decisamente contemporanea»; e da registi «popolari», come Raffaello Matarazzo che intendeva il film storico come «avvenimenti antichi visti dagli occhi di un uomo moderno». Non è dunque neutrale l’occhio cinematografico...

Seguendo le riflessioni degli storici, che - anche grazie al vento nuovo delle «Annales» - hanno spostato la loro indagine anche sul «quotidiano», «prossimamente su questi schermi» sono apparsi non solo grandi protagonisti, grandi eventi, incisive «dark ladies»; e da ormai più di mezzo secolo i registi privilegiano anche le «storie».

Sicché, a un Medioevo estetizzante e sublimato (quello di re Artù e dei cavalieri della Tavola rotonda, per fare un esempio, con eroiche tenzoni, amori cortesi, intrighi e magie...) si è affiancato sugli schermi lo sguardo sulla superficie ruvida di un Medioevo plebeo e spirituale (come in Francesco giullare di Dio di Rossellini, 1950), e di quello violento e cruento (come ha saputo presentarcelo Akira Kurosawa).

Da Quo vadis? a The Passion, dal Colosso di Rodi al Gladiatore, da Spartacus a Magnificat... si riverbera nelle pagine di Attolini la seduzione che questi film in costume (i «pepla») hanno esercitato su di noi. Difatti, anche nel cinema, il ritorno al passato è come un’immersione nell’infanzia: un procedimento della memoria su cui si è depositata la patina della nostalgia.

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