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Meno male che Mattarella c’è. Altrimenti il rapporto tra Italia ed Europa sarebbe stato più burrascoso di una causa di divorzio tra coniugi inviperiti

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

Meno male che Mattarella c’è. Altrimenti il rapporto tra Italia ed Europa sarebbe stato più burrascoso di una causa di divorzio tra coniugi inviperiti. Meno male che Mattarella c’è. Altrimenti lo spread avrebbe toccato livelli assai più alti di quelli raggiunti finora. Meno male che Mattarella c’è. Altrimenti la diffidenza nei confronti dello Stivale avrebbe unito investitori e governanti d’oltre frontiera. Meno male che Mattarella c’è. Altrimenti gli effetti a catena dell’incomunicabilità Italia-Europa avrebbero provocato il riacutizzarsi dell’instabilità politica in Italia. Meno male che Mattarella c’è. Altrimenti l’offensiva nei confronti dell’informazione, e dei giornali in particolare, avrebbe evocato gli assalti della falange macedone. Meno male che Mattarella c’è. Sarebbe opportuno un suo richiamo nei confronti dei tifosi nordisti dell’autonomia differenziata, che rischia di spaccare definitivamente il Paese e di annullare l’opera dei Cavour (1810-1861) e dei Garibaldi (1807-1882).

Il presidente Sergio Mattarella sembra uno tra i pochi in Italia a essere provvisto di senso delle istituzioni e, soprattutto, di buon senso. Sarà per l’emotività endemica prodotta dalla Rete, sarà per la rivalità esasperata tra i leader, sarà per l’ossessione dei sondaggi, sarà per la volatilità dell’elettorato, sta di fatto che mai, come in questa fase, il Paese sembra preda di una specie di ballo di San Vito, di cui non s’intravvede la guarigione.
Mattarella, nell’anno che sta per concludersi, ha fatto in modo che il governo gialloverde non nascesse all’insegna del tiro al bersaglio contro l’Europa e contro l’euro. Il che ha impedito che i risparmiatori fuggissero in massa dall’Italia per mettere al riparo i loro tesoretti.

Nei giorni scorsi, il presidente della Repubblica ha utilizzato tutte le carte che gli assegna l’esercizio della moral suasion per impedire una rottura plateale Roma-Bruxelles sulla legge di bilancio presentata dal governo Conte.
Intendiamoci. I contraccolpi della manovra economica sono tutti da verificare. Anche perché, per citare il premier, la legge di bilancio è stata mandata in campo in «zona Cesarini». Ancora una volta si caricano sulle prossime generazioni pesi finanziari che potrebbero risultare sempre più insopportabili: intanto, si comincia oggi con la clausole di salvaguardia, si continuerà domani con una patrimoniale da stroncare pure un toro. Nelle more: i prossimi governi faranno manovre senza margini di manovra. Le clausole di salvaguardia sono provvedimenti, impegni post-datati, che dovranno essere rispettati a suon di stangate.

Ancora una volta, dunque, la tassazione sale, anziché scendere. Ma quale sarebbe stato l’esito del duro scontro tra l’Italia e l’Europa senza l’opera di moderazione portata avanti dal Quirinale? Di sicuro ne sarebbe derivata una manovra economica assai meno apprezzata dai mercati, e come tale gravida di rischi per l’intera nazione.
Mattarella non è un presidente protagonista. Ma non è neppure un presidente spettatore. Mattarella è forse il Capo dello Stato che, più di tutti, con Luigi Einaudi (1874-1961), si è attenuto e si attiene alla lettera e allo spirito della Costituzione. E la Costituzione non tratteggia un Presidente invisibile e amorfo. L’inquilino del Colle non ha i poteri effettivi dei presidenti di Francia e Stati Uniti, ma non ha neppure i poteri protocollari del presidente tedesco.
Intanto, il presidente della Repubblica italiana ha il compito di rispettare e far rispettare la Costituzione. La qual cosa lo porta a intervenire tutte le volte che lui nota uno sbrego nel rapporto con la Carta fondamentale dello Stato. La Costituzione, ad esempio, prevede l’equilibrio di bilancio. Sarebbe davvero bizzarro che proprio coloro che si richiamano all’ipse dixit costituzionale, rigettando con sdegno ogni conato di riforma della Carta, siano poi i più coriacei nel sabotare uno tra gli articoli chiave della legge suprema dello Stato, l’articolo che prevede la disciplina finanziaria dello Stato, in linea con la filosofia dell’Unione Europea.

Tutti i governi giurano sulla Costituzione, anche se alcuni tendono a ignorarlo. Il Capo dello Stato fa bene a rinfrescarne la memoria, dal momento che le Costituzioni sono l’essenza di una democrazia liberale. Senza Costituzioni, le democrazie somiglierebbero alla giungla; al festival delle vendette e delle rappresaglie dei vincitori nei confronti dei vinti; alla ratifica della legge del più forte.
Non a caso nella Costituzione italiana un posto di rilievo viene assegnato all’informazione libera, cioè alla premessa ineludibile di uno Stato davvero democratico. Mattarella non si risparmia in proposito. Da presidente imbevuto di cultura cristiana e liberale, egli non perde occasione per sottolineare l’importanza di una stampa forte, non assediata da quanti vorrebbero imbavagliarla, ridurla all’impotenza, costringerla all’insussistenza. E, si sa, la tentazione da parte dei potenti di turno di evirare l’informazione, in certi casi, per alcuni, può tradursi in un prurito irresistibile.

A Mattarella, perciò, va riconosciuto il merito di aver fatto da bussola alla navigazione italiana nel 2018. Per la prima volta, infatti, sono approdati nella stanza dei bottoni due formazioni dichiaratamente populistiche e anti-sistema, anche se, in teoria, assai distanti fra loro. Il rischio di un corto circuito con il resto d’Italia e il resto del mondo, per non dire del resto d’Europa, c’era tutto. Mattarella non ha fatto il Virgilio del governo in carica, ma non ha fatto neppure il Pilato. Di sicuro non se n’è lavato le mani, come più d’uno avrebbe voluto.

In passato quasi tutti i Capi dello Stato sono entrati a volte a gamba tesa nell’agone politico, e spesso in rotta di collisione con il governo in carica, ma quasi tutti lo hanno fatto in nome di un progetto personale. Mattarella no. L’impegno di Mattarella per un’Italia in Europa e per un’Italia in grado di evitare una fine greca, obbedisce a una logica e a un interesse nazionali. Mattarella è il primo a sapere che senza l’Europa non c’è Italia (e viceversa) e che senza l’Europa l’Italia esploderebbe in mille pezzi. Di qui il suo pressing sul fronte degli euroscettici, per i quali, invece, il Vecchio Continente fa più danni del diavolo.
Per Luigi Di Maio e Matteo Salvini un Capo dello Stato così inflessibile nel segno dell’europeismo non dev’essere il top dei propri sogni. Ma, sotto sotto, anche loro due dovrebbero accendere un cero per san Mattarella. Che fine avrebbe fatto il loro governo se il duello sulla manovra avesse portato Italia ed Europa a un passo dalla rottura finale, con la prospettiva, tutt’altro che inverosimile, di una rovinosa e angosciosa Italexit?

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