Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:19

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L’anti-petrolio è attorno a noi

di Giorgio Nebbia
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Che cosa sta facendo il petrolio ? Ricordate quando il suo prezzo, nel luglio 2008, era salito a quasi 150 dollari al barile (circa 700 euro alla tonnellata), poi sceso a 35 dollari al barile qualche mese fa ? Mentre scrivo il prezzo è risalito a oltre 70 dollari al barile (circa 380 euro alla tonnellata) con conseguenze sul prezzo che paghiamo per la benzina e il gasolio al distributore. Questo gran disordine influenza le politiche e gli incentivi per le fonti energetiche rinnovabili e per i carburanti alternativi (alcol etilico e biodiesel) ottenuti dall’amido o dalla cellulosa o dai grassi. Eppure sarebbe il momento di prendere delle decisioni politiche coraggiose e lungimiranti, se si vuole orientare o scoraggiare le produzioni agricole e forestali trasformabili in carburanti e le relative industrie.
 La confusione è aggravata dalle polemiche sull’effetto che la produzione di tali carburanti può avere sulla fame nel mondo. Produrre alcol etilico dal granturco significa far aumentare il prezzo del granturco che è il principale alimento per centinaia di milioni di persone povere e poverissime che non saranno in grado di comprare il cibo per sfamarsi. Le coltivazioni di girasole, di soia o di palma, le fonti dei grassi da cui produrre il biodiesel, sottraggono terreni tradizionalmente coltivati a piante che forniscono alimenti a molte popolazioni.
carburante da sottoprodotti agricoli La vera strada da seguire per liberarsi dal petrolio è ricavare carburanti da sottoprodotti agricoli contenenti cellulosa e lignina e da piante non alimentari; queste materie prime vegetali sono «fabbricate» dal Sole per fotosintesi, un anno dopo l’altro, in quantità di circa 50 miliardi di tonnellate all’anno, oltre cinque volte la quantità di petrolio estratta ogni anno dai pozzi e da riserve che diminuiscono continuamente.
 Il legno e i tutoli di granturco, i residui legnosi della canna da zucchero, innumerevoli erbe e steli di piante sono costituiti in gran pare da tre componenti chimici: circa per il 50 percento da cellulosa, una macromolecola costituita da zuccheri con sei atomi di carbonio, per il 25 percento da emicellulose, macromolecole costituite da vari zuccheri con cinque atomi di carbonio, e per il 25 % circa da lignine. Tutti questi prodotti possono essere trasformati, con processi relativamente semplici, in carburanti liquidi diversi dall’alcol e dal biodiesel.
 Dal punto di vista energetico gli sguardi di centinaia di studiosi e inventori si stanno rivolgendo ai derivati del furano, una vasta classe di composti chimici, alcuni molti adatti come carburanti per autoveicoli, altri adatti a impieghi industriali, ottenibili con processi noti dalla cellulosa e dall’emicellulosa. Il furano è una molecola con cinque atomi disposti ad anello, legati fra loro; quattro di questi sono atomi di carbonio, ciascuno a sua volta legato ad un atomo di idrogeno, e il quinto atomo dell’anello è ossigeno.
 Il primo derivato furanico di importanza commerciale fu un liquido chiamato furfurolo che si forma per trattamento con acidi delle emicellulose. Il furfurolo ebbe limitati usi commerciali fino al 1922 quando la società americana Quaker Oats ne cominciò la produzione su larga scala trattando con acido solforico i tutoli di granturco e la pula di avena di cui esistevano grandi quantità inutilizzate, un esempio di produzione di merci da scarti e rifiuti. Il furfurolo si rivelò un solvente importante per l’industria chimica e petrolifera e un’utile materia prima per sintesi chimiche. Fu così costruito un grande impianto a Omaha nel Nebraska, nel centro delle grandi pianure agricole americane, e le cose andarono bene fino a quando non è stato messo a punto un processo per la sintesi del furfurolo da sottoprodotti petroliferi.
nessun mutamento climatico La concorrenza petrolchimica colpì anche la produzione di furfurolo italiana che si aveva in Piemonte, usando la pula di riso, e in Puglia usando la sansa di olive. Ma il derivato del furano di maggiore interesse come surrogato della benzina è l’idrossimetilfurfurale (HMF) che si forma per trattamento ad alta temperatura di molti materiali vegetali. Per inciso l’HMF si forma anche nel miele durante il riscaldamento ed è anzi un indicatore della qualità del miele. L’HMF può essere utilizzato come carburante per motori a scoppio sia da solo sia in miscela con la benzina ed è interessante perché si ottiene da sottoprodotti agricoli o forestali (ancora un altro caso di recupero di prodotti commerciali da scarti e rifiuti) con un consumo di energia minore, rispetto a quando si produce l’alcol etilico da amidi o zuccheri alimentari.
 L’HMF può essere prodotto, oltre che da sottoprodotti, anche da piante finora trascurate, spontanee e abbondanti in molte terre marginali e in Paesi anche aridi o tropicali; dagli innumerevoli tipi di canne, dal sorgo, dalla robinia, dal salice, dall’eucalipto e da piante a cui finora nessuno aveva prestato attenzione, ad alta resa per ettaro, come il miscanto, studiato anche dai merceologi dell’Università di Bari.
 Il più recente derivato della scienza furanica è il dimetilfurano che si ottiene dalla cellulosa mediante un catalizzatore, con basso consumo di energia e che presenta buone caratteristiche come sostituto della benzina. Questi nuovi carburanti hanno minor effetto inquinante e non contribuiscono ai mutamenti climatici perché durante la combustione immettono nell’atmosfera una quantità di anidride carbonica che è uguale a quella é stata utilizzata nella fotosintesi dei vegetali da cui sono ottenuti. Siamo, insomma, di fronte ad un campo, che qualcuno ha già battezzato come «la furanica», in cui chimica, natura e ambiente si incontrano e collaborano per liberarci dalla schiavitù del petrolio.

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