Il palinsesto della politica è tutto un reality show
di Oscar Iarussi
«Chissà perché non piove mai / quando ci sono le elezioni». Correva un’altra era geologica, fai conto il 1976 e Giorgio Gaber, un genio scomparso troppo presto alla pari di De Andrè, cantava con ironia la linda emozione della domenica del villaggio non ancora «globale», cioè non del tutto vampirizzato dalla Tv. Un (ex) voto all’insegna della Libertà obbligatoria, secondo il titolo dello spettacolo teatrale di Gaber e Luporini. «C’è un gran silenzio nel mio seggio / un senso d’ordine e di pulizia». Altri tempi. Nei quali non lontano dalle urne si rubacchiava alla grande, certo, sebbene pur sempre indossando la maschera della condotta irreprensibile. Era un’Italia elettorale nella quale la massima trasgressione consisteva nel portarsi a casa la matita usata per votare, come Gaber ipotizza nella chiosa del suo brano.
Adesso invece, quando ci sono le elezioni, piove piove piove, prima, durante e dopo, come ribadisce il titolo di una notizia sulla prima pagina on line del quotidiano spagnolo «El Paìs», lo stesso che ha pubblicato le famose fotografie «proibite» con lo zoom puntato oltre il muro di cinta di Villa Certosa, la residenza sarda del nostro presidente del Consiglio. «Berlusconi culpa a su esposa, a Kaká y a su amiga Noemi de sus resultados electorales». C’è bisogno di tradurre? Le responsabilità della «sconfitta nella vittoria» del Partito della Libertà - tipico paradosso italiano, speculare alla presunta «vittoria nella sconfitta» del Partito democratico - sarebbero di Veronica Lario in procinto di divorziare da Berlusconi, del campione di calcio brasiliano appena venduto dal Milan berlusconiano al Real Madrid e della campana Noemi Letizia, 18 anni appena compiuti e 1.970.000 risultati su Google. È la signorina che chiama «papi» il premier e trascorre giorni di vacanza chez lui in Sardegna, pare con una quarantina di coetanee.
Per la verità, secondo il «Corriere della Sera» di ieri, Berlusconi avrebbe incolpato dei deludenti risultati (si aspettava il 40-45 per cento invece del 35 conseguito alle europee) anche la crisi del governo regionale siciliano di centro-destra. Ma evidentemente agli iberici, che sotto sotto devono essere un po’ leghisti pur avendo «frequentato» la Sicilia per un paio di secoli da Carlo V in avanti, dell’isola non importa granché. Al solito, il Sud non fa notizia. Men che meno il Sud esiste, se non in quanto «Gomorraland», nel palinsesto quotidiano del piccolo schermo italiano di Stato e commerciale (di Berlusconi). Parliamo delle reti televisive che - secondo un’indagine del Censis diffusa ieri - costituiscono «il principale mezzo utilizzato dagli italiani per formarsi un’opinione sull’offerta politica» a scapito dei giornali e del materiale di propaganda dei partiti (i partiti!?). Mentre Internet, ad avviso del Censis, sarebbe una fonte di informazione pre-elettorale ancora troppo elitaria e giovanilistica. Fa niente se la neo-europarlamentare friulana del Pd, la trentenne Debora Serracchiani, lanciata dalla «rete», ha preso nel Nord-Est più preferenze di Berlusconi. Al Censis forse non lo sanno e soprattutto hanno scoperto ieri che la televisiun la gà una forza da liun, per citare una canzone di un amico di Gaber, Enzo Jannacci.
Sicché i telegiornali e i «programmi giornalistici di approfondimento» (Porta a porta, Matrix, ecc.), sarebbero stati decisivi, o almeno preziosi per far vincere perdendo, Berlusconi, nonché per far perdere, però con la sensazione di vincere, Dario Franceschini. Chi l’avrebbe detto, vero? Il Censis fa una constatazione riguardo all’unico Paese del mondo in cui la Tv assorbe la maggior parte delle risorse pubblicitarie sul mercato e all’unico governato - istituzionalmente e democraticamente - da un magnate dei mass media. Non si può certo chiedere a un istituto di ricerca (la ricerca!?) di contemplare interpretazioni un po’ più radicali, quindi capaci di andare alla radice delle cose. Laddove, come ha ricordato nei giorni scorsi il presidente pugliese Nichi Vendola, si ha la crescente sensazione di vivere immersi in un reality show, in un orizzonte più che culturale, quasi antropologico, nel quale la finzione e la realtà tendono a confondersi fino a rischiare di coincidere. E se è fresca la notizia di un tribunale parigino che ha decretato la valenza di «lavoratori» dei partecipanti ai reality show perché eseguono mansioni decise da altri (altro che «vita in diretta»), in Italia i nostri figli e i nostri giornali hanno ribattezzato quegli spettacoli semplicemente reality. Dello show, ormai, si omette traccia. Riflessi linguistici non indifferenti, sdoganati nell’indifferenza generale: il massimo della finzione viene battezzato come realtà. O, per dirne un’altra, la «stampa libera» è diventata quella che non si paga, la free press.
Tuttavia, lo stesso Vendola non è sufficientemente radicale, perché dovrebbe sapere che nei reality show non c’è modo di sottrarsi ai ruoli in commedia, al gioco delle parti inclusivo di chi li critica, di quanti dicono «io non ci sto». È una meta-fregatura, per la quale non è stato ancora trovato un rimedio (alla lunga, non ha funzionato neppure cucinare il risotto da Vespa). Si tratta di dare nuove parole alla realtà e di rendere reali le parole: una fatica di Sisifo, la politica, da ricominciare dalle parti del silenzio, se mai sarà possibile. Perciò non lo dite al Censis né a Noemi né agli spagnoli.
«Chissà perché non piove mai / quando ci sono le elezioni». Correva un’altra era geologica, fai conto il 1976 e Giorgio Gaber, un genio scomparso troppo presto alla pari di De Andrè, cantava con ironia la linda emozione della domenica del villaggio non ancora «globale», cioè non del tutto vampirizzato dalla Tv. Un (ex) voto all’insegna della Libertà obbligatoria, secondo il titolo dello spettacolo teatrale di Gaber e Luporini. «C’è un gran silenzio nel mio seggio / un senso d’ordine e di pulizia». Altri tempi. Nei quali non lontano dalle urne si rubacchiava alla grande, certo, sebbene pur sempre indossando la maschera della condotta irreprensibile. Era un’Italia elettorale nella quale la massima trasgressione consisteva nel portarsi a casa la matita usata per votare, come Gaber ipotizza nella chiosa del suo brano.
Per la verità, secondo il «Corriere della Sera» di ieri, Berlusconi avrebbe incolpato dei deludenti risultati (si aspettava il 40-45 per cento invece del 35 conseguito alle europee) anche la crisi del governo regionale siciliano di centro-destra. Ma evidentemente agli iberici, che sotto sotto devono essere un po’ leghisti pur avendo «frequentato» la Sicilia per un paio di secoli da Carlo V in avanti, dell’isola non importa granché. Al solito, il Sud non fa notizia. Men che meno il Sud esiste, se non in quanto «Gomorraland», nel palinsesto quotidiano del piccolo schermo italiano di Stato e commerciale (di Berlusconi). Parliamo delle reti televisive che - secondo un’indagine del Censis diffusa ieri - costituiscono «il principale mezzo utilizzato dagli italiani per formarsi un’opinione sull’offerta politica» a scapito dei giornali e del materiale di propaganda dei partiti (i partiti!?). Mentre Internet, ad avviso del Censis, sarebbe una fonte di informazione pre-elettorale ancora troppo elitaria e giovanilistica. Fa niente se la neo-europarlamentare friulana del Pd, la trentenne Debora Serracchiani, lanciata dalla «rete», ha preso nel Nord-Est più preferenze di Berlusconi. Al Censis forse non lo sanno e soprattutto hanno scoperto ieri che la televisiun la gà una forza da liun, per citare una canzone di un amico di Gaber, Enzo Jannacci.
Sicché i telegiornali e i «programmi giornalistici di approfondimento» (Porta a porta, Matrix, ecc.), sarebbero stati decisivi, o almeno preziosi per far vincere perdendo, Berlusconi, nonché per far perdere, però con la sensazione di vincere, Dario Franceschini. Chi l’avrebbe detto, vero? Il Censis fa una constatazione riguardo all’unico Paese del mondo in cui la Tv assorbe la maggior parte delle risorse pubblicitarie sul mercato e all’unico governato - istituzionalmente e democraticamente - da un magnate dei mass media. Non si può certo chiedere a un istituto di ricerca (la ricerca!?) di contemplare interpretazioni un po’ più radicali, quindi capaci di andare alla radice delle cose. Laddove, come ha ricordato nei giorni scorsi il presidente pugliese Nichi Vendola, si ha la crescente sensazione di vivere immersi in un reality show, in un orizzonte più che culturale, quasi antropologico, nel quale la finzione e la realtà tendono a confondersi fino a rischiare di coincidere. E se è fresca la notizia di un tribunale parigino che ha decretato la valenza di «lavoratori» dei partecipanti ai reality show perché eseguono mansioni decise da altri (altro che «vita in diretta»), in Italia i nostri figli e i nostri giornali hanno ribattezzato quegli spettacoli semplicemente reality. Dello show, ormai, si omette traccia. Riflessi linguistici non indifferenti, sdoganati nell’indifferenza generale: il massimo della finzione viene battezzato come realtà. O, per dirne un’altra, la «stampa libera» è diventata quella che non si paga, la free press.
Tuttavia, lo stesso Vendola non è sufficientemente radicale, perché dovrebbe sapere che nei reality show non c’è modo di sottrarsi ai ruoli in commedia, al gioco delle parti inclusivo di chi li critica, di quanti dicono «io non ci sto». È una meta-fregatura, per la quale non è stato ancora trovato un rimedio (alla lunga, non ha funzionato neppure cucinare il risotto da Vespa). Si tratta di dare nuove parole alla realtà e di rendere reali le parole: una fatica di Sisifo, la politica, da ricominciare dalle parti del silenzio, se mai sarà possibile. Perciò non lo dite al Censis né a Noemi né agli spagnoli.