Martedì 26 Marzo 2019 | 09:06

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Finalmente (ripeto con intima soddisfazione!) si chiede ai vescovi di parlare di fede in senso stretto e non solo dei suoi necessari risvolti in campo sociale, ambientale, economico, politico.

La certezza della fede e il Padre Nostro aggiornato

Non mi è sembrato vero leggere l’articolo di Michele Partipilo circa la «nuova» traduzione della preghiera del Padre nostro (Gazzetta del Mezzogiorno, 1° dicembre 2018, pp. 11 e 19). Ho avuto subito come un benefico sussulto. Finalmente, mi son detto, un laico interviene sulle questioni riguardanti la fede per chiedere ai vescovi le ragioni del cambiamento che essi hanno ritenuto opportuno operare. Tanto più che si tratta di un passo controverso e comunque decisivo per la retta comprensione del Dio rivelato da Gesù Cristo.
Finalmente (ripeto con intima soddisfazione!) si chiede ai vescovi di parlare di fede in senso stretto e non solo dei suoi necessari risvolti in campo sociale, ambientale, economico, politico. Non che questi interventi non siano necessari. Io stesso non ho mancato di prendere posizione su alcune questioni di tale natura.

Ma è del tutto evidente che il compito principale dei vescovi è quello di essere «maestri di fede e di morale». Leggendo l’articolo di Partipilo mi è venuto alla mente il tempo delle controversie trinitarie e cristologiche (secoli IV–V) quando i credenti discutevano animatamente nelle piazze e nei luoghi pubblici i temi riguardanti il modo migliore di presentare il dogma. Che questo possa nuovamente accadere nel nostro tempo «liquido», è cosa che non può non farmi piacere. Sempre meglio una disputa, sia pure aspra e controversa, dello strisciante atteggiamento di «indifferenza e irrilevanza» che il mondo moderno assegna al fenomeno religioso.
Sulla questione sollevata da Partipilo mi limito a dire che il dibattito sulla corretta traduzione del Padre nostro risale agli anni ’80 e ha interessato le voci più autorevoli della Chiesa. Tutti avevano la consapevolezza che qualsiasi traduzione sarebbe stata inadeguata a esprimere, in maniera compiuta e precisa, il significato profondo che le parole cercano di evocare. Molti di loro, però, ritenevano utile cercare una modalità espressiva più confacente a quanto la fede insegna e più rispondente al modo di sentire contemporaneo. Non va poi dimenticato che il passaggio dall’aramaico, al greco, al latino fino ad arrivare alle lingue moderne non è mai indolore. D’altra parte, anche i vescovi spagnoli e francesi avevano operato una traduzione più o meno simile a quella proposta dai vescovi italiani.

Certo ha pienamente ragione Michele Partipilo quando afferma che «il ripetere parole antiche che si fanno rito e trovano consacrazione nel tempo può aiutare a non smarrirsi, a non perdere il senso della vita». Su questo sono in totale sintonia con lui. Bisogna maneggiare con molta cura il linguaggio biblico e liturgico e quello che è codificato nelle formule di fede tradizionali. Anche perché, non vi sarà mai un linguaggio pienamente adeguato ad esprimere il mistero perché, come insegna la sana teologia, si tratta sempre di un linguaggio «analogico». Sotto questo profilo, mi sembra giusto ritenere che sarebbe stato molto opportuno agire con una maggiore cautela, nel periodo post-conciliare, nel proporre cambiamenti di gesti e di parole. Tuttavia, credo che Michele Partipilo converrà con me nel ritenere che la richiesta di adattamenti, proposta dal Concilio, fosse necessaria.

Quello che mi ha letteralmente rallegrato è stato leggere queste parole: «Dove cercare qualche sicurezza, qualche punto di appoggio sicuro se non nella fede?». La domanda riecheggia la riposta che Pietro diede a Gesù: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!» (Gv 6,68). Che nel tempo moderno si possa ritenere la fede come fondamento per il pensiero e per la vita è una fatto assolutamente inedito. Certo, si tratta di un atteggiamento pienamente confacente per il credente. Molto meno per la cultura contemporanea per la quale la fede è un «fatto privato» senza nessuna rilevanza sociale. Ma se per la persona, come afferma Partipilo, la fede è assolutamente necessaria per trovare «qualche sicurezza, qualche punto di appoggio sicuro» vuol dire che la cultura e la società contemporanea non propongono nessuno sostegno. E, dunque, che «l’ospite inquietante» lascia l’uomo nella sua incertezza, togliendogli il bene più necessario: il senso della vita. Una prova lampante sono i numerosi suicidi giovanili. Ma nemmeno dinanzi a questa tragedia, c’è qualcuno che osa mettere in discussione il punto di fondo del tempo presente: la fede deve rimanere ai margini della vita sociale. Ringrazio, perciò, Michele Partipilo di averci ricordato che per vivere in modo pienamente umano è necessario avere il senso della vita e che, senza la fede, è molto difficile trovare una verità che dia certezza e stabilità all’esistenza.

Mi preme solo aggiungere che la fede si esprime non solo nelle formule di fede, ma anche nelle scelte della vita. Pertanto, se i cambiamenti linguistici possono alterare la percezione del credente, molto di più incidono le trasformazioni nei costumi e nei comportamenti anche dei credenti. Come allora considerare le nuove proposte in campo etico (divorzio, aborto, eutanasia, maternità surrogata, stepchild adoption) fatte passare come una conquista sociale e un bene per la persona? E perché in questo caso, i laici credenti non esprimono pubblicamente il loro dissenso, magari chiedendo ai vescovi di ribadire la tradizionale dottrina cristiana?

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