Martedì 26 Marzo 2019 | 09:01

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Eccellentissimi vescovi che avete cambiato il Padre Nostro, questa è la lettera – se volete lo sfogo – di un povero credente

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Papa Francesco

Eccellentissimi vescovi che avete cambiato il Padre Nostro, questa è la lettera – se volete lo sfogo – di un povero credente. A me il Padre Nostro l’hanno insegnato mio padre e mia madre prima ancora che il catechista e la maestra alle Elementari. Non erano né biblisti né teologi, per cui non mi hanno spiegato quelle parole che poi nel tempo mi sono sforzato di comprendere ma il cui significato profondo ancora mi sfugge. Imparai per fede, perché credevo nei miei genitori. La fede si trasmette per fede, perché Dio è intangibile dalla ragione umana, ma si rende presente agli umili, ai puri di cuore, a coloro che credono «quia absurdum».

Ora voi avete cancellato quel «non ci indurre in tentazione» perché «Dio non può indurre l’uomo nel peccato». C’è un’arroganza in questo, come a voler limitare l’onnipotenza di Dio. Dio è Dio e se ritiene per i suoi imperscrutabili disegni di dover indurre in tentazione un uomo è libero di farlo. Sapevate che nei secoli quella fedele traduzione dall’aramaico prima e dal greco poi era stata interpretata come messa alla prova. Come quando Dio chiede ad Abramo di sacrificare il suo unico figlio Isacco.
Avete sostituito quel «non indurre in tentazione» in «non abbandonarci alla tentazione». E quando mai Dio abbandona i suoi figli? Anche quando mette alla prova Abramo è lì presente e ferma il suo braccio che sta per sgozzare il ragazzo.

Anche quando Pietro tradisce Gesù per tre volte è lì per non abbandonarlo alla disperazione. Dio c’è sempre, anche nella notte più nera. Miliardi di persone per secoli, prima in latino e poi in italiano, hanno pronunciato quel «non ci indurre in tentazione», senza che la loro fede ne risentisse o che la loro coscienza ne subisse turbamento. Il cambiamento, che va tanto di moda adesso da esser diventato un vuoto slogan politico, letto insieme ad altre innovazioni, dà piuttosto il senso di un adeguamento della Chiesa al «politicamente corretto», che ormai da una patina di falso a ogni gesto o parola. Come interpretare del resto quel «io accolgo te come mia sposa» introdotto nel rito del matrimonio? Sembra quasi che lo sposo o la sposa siano gente che si trovi a passare e bussi alla mia porta. L’accoglienza può essere riservata all’amico, allo straniero, al bisognoso, non a chi ha deciso di condividere la sorte con te per il resto dei giorni. Per questo il latino diceva «ego te accipio…» correttamente tradotto in «io prendo te…». Perché l’azione del prendere è volontaria, responsabile, non occasionale e implica la conservazione e il rispetto di ciò che si è preso.

Già, il politicamente corretto. Bernanos faceva dire al suo curato di campagna che «il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Ora, il nostro povero mondo rassomiglia al vecchio padre Giobbe, pieno di piaghe e di ulcere, sul suo letame. Il sale, su una pelle a vivo, è una cosa che brucia. Ma le impedisce anche di marcire». Deve essersene ricordato anche il card. Ravasi quando l’altro giorno ha detto che «prevale l’indifferenza, l’irrilevanza del fenomeno religioso. È il problema del secolarismo, o della secolarizzazione. Non è un rigetto del sacro o del trascendente, un rifiuto aggressivo: gli atei conclamati ormai sono ben pochi. Piuttosto è una forma di apatia religiosa. Che Dio esista o meno, è lo stesso. E questo comporta la caduta di un sistema etico: i valori sono autoprodotti». Dietrich Bonhoeffer in una lettera scritta nel 1941 dal carcere nazista ammoniva sul fatto che si potesse vivere «etsi deus non daretur», come se Dio non ci fosse dato.

Viviamo un tempo, eccellentissimi vescovi, in cui si beve senza sete e si mangia senza fame, in cui tutto cambia troppo in fretta perché si riesca a capirlo, in cui molto appare ma poco è. Un tempo liquido l’ha chiamato qualcuno. Dove cercare qualche sicurezza, qualche punto d’appoggio sicuro se non nella fede? Anche il ripetere parole antiche che si fanno rito e trovano consacrazione nel tempo può aiutare a non smarrirsi, a non perdere il senso della vita. Non induceteci in tentazione.

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