Martedì 26 Marzo 2019 | 17:04

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Le prime lezioni del voto

di Giuseppe De Tomaso
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Il Cavaliere arretra. Il Senatùr galoppa. Il Pd perde, ma non crolla. Di Pietro raddoppia. La sinistra sinistra non risorge. Il bipolarismo si rafforza. L’astensionismo cresce (non solo in Italia). Il centrodestra prevale in molti Stati. Si può riassumere così, sulla base dei primi dati, il risultato delle europee. La storia delle ultime consultazioni ci ha abituato a colpi di scena degni di una trama cinematografica di Alfred Hitchcock (1899-1980). Più volte politici e giornalisti sono andati a dormire con un risultato elettorale e si sono risvegliati con un altro, completamente ribaltato. Qualcuno, tra loro, forse ha rischiato l’infarto. Ecco quali erano le principali domande le cui risposte erano affidate alle schede per Strasburgo: Silvio Berlusconi avrebbe superato l’effetto Noemi (diciamo sùbito: evidentemente no) e il 40% dei voti? Umberto Bossi avrebbe raggiunto quota 10%, e, soprattutto, avrebbe sorpassato il Pdl in Veneto e in Lombardia? E Dario Franceschini avrebbe frenato la discesa del Pd che alcuni sondaggisti davano in caduta verticale? La sinistra radicale avrebbe oltrepassato la soglia del 4%? E Pierferdinando Casini avrebbe consolidato il suo 5,6% ottenuto alle politiche 2008? L’astensionismo sarebbe aumentato? Allora. Berlusconi ha giocato due partite: una col Pd sull’intero territorio nazionale, e una con l’alleato Bossi nel Nord del Paese. La gara con Franceschini puntava a questo obiettivo: distaccare  a più non posso il Pd, sperando di distanziarlo di 15 punti. La corsa con la Lega aveva in palio il primato nel Settentrione, primato che avrebbe subito qualche scossone se il Carroccio avesse superato il traguardo del 10% su scala nazionale. Se Bossi avesse battuto Berlusconi in alcune aree, il presidente del Consiglio avrebbe dovuto mettere in preventivo, insieme con la cessione di Kakà al Real Madrid, anche quella di Veneto e Piemonte ai «padani». Il che avrebbe potuto provocare più di un mal di pancia nel Popolo delle Libertà. Saranno i risultati effettivi, non le cifre degli exit poll e delle prime proiezioni, a stabilire con precisione com’è andata la particolare sfida territoriale tra Silvio B. e Umberto B. per le future presidenze regionali nell’Alta Italia. Ma i primi numeri sembrano sorridere al condottiero del Carroccio. Comunque sia finita, il Nord è ormai una riserva di caccia quasi esclusiva del centrodestra. Franceschini. Il segretario del Pd aveva collocato l’asticella della «tenuta» attorno al 27%. Ha ottenuto qualcosa di simile, poco su o poco giù. Il che significa che Dario ha arrestato la frana (c’era addirittura chi pronosticava al Pd un bottino-choc, tipo 20%). Certo, confrontato al 33% di Walter Veltroni, il risultato odierno fa la figura di un gatto davanti a un leone. Ma se si considera che alcuni sondaggisti prevedevano il disastro, Franceschini non solo può tirare un respiro di sollievo, ma potrebbe forse riaccarezzare l’idea di ripresentarsi candidato alla segreteria nel congresso fissato a ottobre. Ipotesi ritenuta, fino a ieri, più improbabile di un’autoriduzione dell’ingaggio da parte di Ibrahimovic. Poteva essere Di Pietro l’altro asso di queste elezioni. Il suo antiberlusconismo irriducibile poteva calamitare tutti i delusi dall’antiberlusconismo tradizionale del centrosinistra. Il che è accaduto in parte (L’Idv raddoppia, anche se non supera il trionfale muro del 10%). «Tonino» ha conquistato un successo importante, destinato a riaprire il dibattito nel centrosinistra sull’antiberlusconismo: paga l’antiberlusconismo soft o l’antiberlusconismo hard? Per concludere. Due parole sull’astensionismo e sulla legge tendenziale del voto che sembra emergere anche dalle europee 2009. L’esercito degli eurodisertori s’ingrossa di volta in volta perché l’Europa è percepita per quello che è a Bruxelles: una Super-Casta burocratica. Il che è destinato a concimare l’euroscetticismo. Seconda lezione: la maggioranza degli italiani tifa per un bipolarismo sempre più bipartitico. Berlusconi ha voluto salvare l’amico Bossi facendo slittare dal 6-7 giugno al 21 giugno il referendum per il bipartitismo. Se non l’avesse fatto, sarebbe scoppiata la crisi di governo. Ma se, per ipotesi (remotissima), più di un elettore su due tra un paio di settimane dovesse andare alle urne per dire sì al quesito di Segni e Guzzetta, la «cosa» produrrebbe una deflagrazione atomica. Bossi si metterebbe a urlare e minacciare, ma Berlusconi potrebbe agitare una micidiale arma di dissuasione di massa contro l’amico rivale Umberto. Magari strizzando l’occhio all’Udc.

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