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La beffa di Natale ai danni del Sud

«Sappiamo che il Sud attende il reddito di cittadinanza più del Natale. Ma sappiamo anche che mai si è parlato tanto di una misura del governo senza che nascesse»

Luigi Di Maio

Tanto tuonò che non piovve. Sappiamo che il Sud attende il reddito di cittadinanza più del Natale. Ma sappiamo anche che mai si è parlato tanto di una misura del governo senza che nascesse. Da far temere che vi si arrivi ormai esauriti. Anche perché, più passa il tempo, più questo reddito di cittadinanza sembra roba da mago Houdini: si trasforma sempre in qualcosa di diverso dalle premesse (e promesse) elettorali. Con i patrocinatori Cinque Stelle che, come diceva Flaiano, non sembrano d’accordo neanche con se stessi. Stretti da un lato dalle cifre per le quali, alla Totò, la somma non fa mai il totale. Dall’altro da un alleato che ne è tutt’altro che innamorato alla follia. Più le mille giravolte più propense a svuotarlo che a rinsanguarlo.

Ancorché, per completare il quadro kafkiano, il vicepremier Di Maio abbia annunciato che sono già in stampa sei milioni di tessere per ottenerlo.
Tanto per cominciare, le cifre. Partendo dagli iniziali 780 euro al mese. Che potrebbero essere richiesti da tutte le famiglie con reddito annuo fino a 9.360. Ma questa cifra è più ballerina di una compagnia di danza moderna. Servirebbero 10 miliardi solo per il Sud, il cui titolo di merito è avere il 55 per cento dei poveri italiani. E per soli nove mesi, da aprile 2019 a fine anno. In Puglia 1,6 miliardi per 215 mila persone. Ma la manovra ha messo in campo 9 miliardi per tutta l’Italia, con un miliardo da utilizzare solo per rafforzare i Centri per l’impiego.

Con una parte da destinare alle pensioni di cittadinanza. E con 2,2 miliardi spostati dall’attuale Fondo per la lotta alla povertà, quindi a carico degli stessi poveri. Che se la cantano e se la suonano da sé.
Colpa delle coperture che compaiono e scompaiono. E colpa dei 6,8 miliardi che dovrebbero provenire da maggiore deficit. Proprio quello sul quale l’Europa ha bocciato la manovra. Con un reddito di cittadinanza che non godeva di buona stampa già quando le cifre non avevano ancòra cominciato a fare il passo del gambero. Soldi dati ai fannulloni disoccupati a vita, tuonavano al Nord. Col Sud colpevole di povertà che se li prenderà tutti (mentre il 45 per cento andrebbe proprio al Nord). Assistenzialismo del quale vorremmo fare a meno in cambio di investimenti, replicavano al Sud. Perché, se il lavoro non c’è, in nessun Paese al mondo si è creato per decreto di un governo. E perché finora i famosi Centri per l’impiego da riformare hanno dato lavoro solo al 2 per cento di quelli che lo cercavano.


Nel frattempo, alcuni distinguo anch’essi, come il resto, preventivi. Non crediate di poter andare a spendere in modo immorale quei soldi. Tipo, chessò, le scommesse calcistiche. Con gli spiritosi a chiedersi se la pizza quattro stagioni sia morale o immorale. Magari con un guardiano vestito alla Savonarola davanti a ogni outlet. Come se i più bisognosi siano inaffidabili, specie se meridionali per giunta. Ma è stato solo l’inizio della catena delle eccezioni. Esempio, Di Maio a spiegare che questo reddito sarà sul modello dei sussidi tedeschi, ciò che aumentava il mistero più che diradarlo. Ma ancòra cosette di fronte alle bordate che sarebbero arrivate dopo. Delle quali tutto si può dire, tranne che siano pervase di affetto per il Sud.
Partono i placcaggi degni dei rugbisti neozelandesi All Blacks. Meno sussidio e più bonus al lavoro: certo, non lo dite ad un Sud tanto scottato in passato da pretendere più lavoro che assistenza. Diamo gli incentivi più alle aziende che assumono che ai lavoratori disoccupati. Diciamo assunzione di massa di milioni di poveri assoluti. Diamoli alle aziende per la formazione. Il reddito di cittadinanza sia un ponte verso le imprese, senza una più precisa definizione di <ponte>. Fino al velo che finalmente cade: i ceti produttivi e i lavoratori del Nord si ribelleranno. Sempre questi ceti produttivi del Nord come se al Sud ci fossero solo improduttivi e sfaticati.


Ma era solo l’antipasto. In attesa che al Nord fossero più espliciti: entro l’autunno vogliamo l’autonomia del Veneto. Quella, ricordiamo, momentaneamente sospesa il 22 ottobre. Quando zitto zitto il governo l’avrebbe fatta se al Sud non si fosse sollevata la società civile. Ma ora rilanciata, con i ricchi che pretendono di tenersi le loro tasse per avere servizi migliori rispetto agli altri che si arrangino pur in un Paese unico. Con la Lega di Salvini addirittura contestata al Nord, dove ancòra una volta si rilancia una <questione settentrionale> a danno della <questione meridionale>. Come accade ogni volta che si tenta di fare qualcosa per il Sud. E già con una ipotesi da mercatino: autonomia monetaria ai ricchi del Nord in cambio del reddito di cittadinanza ai poveri del Sud. Cioè ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri ancorché assistiti. Divario che aumenta ma puntando sempre il dito contro il Sud illuso e gabbato. Se passasse, sarebbe la solita infamia.

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