Sabato 23 Marzo 2019 | 19:43

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Basta che si paghi un biglietto. L’area pedonale, che per il codice stradale è una zona interdetta alla circolazione solo dei veicoli, diventa off limits anche per i pedoni non paganti. Con tanti saluti alla Costituzione

Polignano, quei tornelli a pagamento senza una ordinanza: tutto regolare?

Impressionante la foto, sulla “Gazzetta” di ieri, di uno degli accessi chiusi al centro storico di Polignano. Non con i celebri tornelli, i quali hanno almeno un che di decoroso, ma con trasandate reti di recinzione, con cui ordinariamente si delimitano zone disastrate e dichiarate inagibili a tutela della pubblica incolumità.

Qui invece delimitano una zona agibilissima, una “città della gioia” pienamente accessibile. Basta che si paghi un biglietto. L’area pedonale, che per il codice stradale è una zona interdetta alla circolazione solo dei veicoli, diventa off limits anche per i pedoni non paganti. Con tanti saluti alla Costituzione, secondo la quale (art. 16) “ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio”. Certo, la libertà di circolazione non è assoluta. Può andare incontro a limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità e di sicurezza o comunque – come ha ripetuto la Corte costituzionale - attinenti alla “pluralità degli interessi pubblici meritevoli di tutela ed alle diverse esigenze, e sempre che queste rispondano a criteri di ragionevolezza ”. Qui, invece, si tratta non di una legge ma di un’ordinanza sindacale, al momento ancora sconosciuta, anche se certamente, come l’Araba fenice, ci sarà. E comunque non si vedono motivi restrittivi di pari grado della libertà di circolazione: tant’è che l’autorità comunale si augura un sempre maggior afflusso di turisti. Sicchè, paradossalmente, le restrizioni della circolazione nelle aree pedonali per i veicoli non possono superare determinati limiti, per i pedoni invece sì: sono senza limiti.

Si dice: ma qui si tratta di un prezzo per un servizio supplementare offerto dall’amministrazione, quale le luminarie, e comunque la “card” dà diritto al ritiro di tarallucci e bibita. Senonchè le luminarie fanno parte dell’attività promozionale di un territorio e il costo non va addossato ai visitatori. Salerno insegna: ha fatto da anni un’indovinata scelta attrattiva e nessuno là si sogna di far pagare un biglietto. Né questo di Polignano può essere inteso come il prezzo di cibo e bevande dati in cambio perché il contratto di compravendita dev’essere libero, mentre nel caso è un obbligo, cui il visitatore deve sottostare a pena di tornarsene sui suoi passi.

Per tentare di edulcorare il balzello, comunque, non c’è bisogno di aggrapparsi ad improbabili controprestazioni. Il problema di limitare in alcuni periodi od orari l’eccessivo afflusso di turisti in alcuni luoghi top esiste. Pensiamo a Fontana di Trevi o a Ponte vecchio o all’intera Venezia. Si tratta, per vero, di siti sotto protezione Unesco. Ma modestamente l’esigenza si può porre anche per Polignano o Alberobello o Gallipoli. In questi casi la libertà di circolazione va bilanciata con l’obbligo della Repubblica – quindi, non solo di Stato e Regioni ma anche dei Comuni – di tutelare un bene costituzionalmente protetto: “il paesaggio e il patrimonio storico e artistico” (art. 9). A quest’obbligo corrisponde il diritto di ogni cittadino a fruire del paesaggio, dei centri storici, dell’ambiente in misura vivibile. L’eccessivo affollamento determina, al contrario, una lesione di questo diritto a causa quanto meno di un’agibilità degli spazi ridotta quasi allo zero. Ha un senso allora porre dei limiti all’accesso dei pedoni. Ma in che modo? Stabilendo un numero massimo di accessi in proporzione degli spazi disponibili e consentirli liberamente a chi arriva prima o ha già prenotato l’accesso (più o meno come si fa nei musei). Del tutto gratuitamente. Far pagare invece un prezzo per l’accesso significa collocare un diritto fondamentale della persona in una logica proprietaria.

Ed è ciò che sta avvenendo a Polignano: la privatizzazione di un bene pubblico, affidato – a quanto pare, a trattativa privata - alla gestione di un’impresa privata. Ha dichiarato il presidente dell’Anci che in materia ogni Sindaco si regola come vuole. Non dev’essere così, Costituzione alla mano. Viviamo nell’epoca della valorizzazione dei beni comuni, per sottrarli alla logica dell’uso esclusivo: pensiamo all’uso gratuito dell’acqua, per cui abbiamo fatto un referendum (del cui esito, per verso, sembrano tutti essersene dimenticati, compresa la Regione Puglia che fu tra gli enti sostenitori), o all’accesso gratuito ad Internet. Va in senso antiorario, quindi, privatizzare dei più tradizionali beni comuni: le strade pubbliche. Certe scelte amministrative, magari assunte anche in buona fede, hanno, quindi, delle ricadute molto più ampie: imporre un prezzo alla circolazione significa tornare ad una cittadinanza censitaria, fruibile a seconda delle disponibilità finanziarie di ciascuno, in luogo dell’eguale cittadinanza stabilita dall’art. 3 della Costituzione.

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