Domenica 24 Marzo 2019 | 11:41

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Mettiamo bollicine nelle nostre città

di Lino Patruno
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Le nostre città non avranno alcun futuro, se non diventeranno come la Coca Cola. Non che debbano prendere le bollicine. Ma devono essere una marca, capaci di suscitare un’emozione, un’immaginazione. Avere un’anima e trasmetterla. Come la Coca Cola, che non è mai stata solo una bevanda, ma uno stile di vita che dura al di là del tempo e del prodotto. Una capacità delle città di essere uniche come la Coca Cola. E di non tradire il patto etico con chi ci vive e con chi potrebbe. E non perché si mangi bene o ci sia bella gente, ma per la fantasia che mobilitano. Per il loro piccolo mito. «Dos horas para el destino», dicono gli spagnoli per indicare quanto manca alla fine di un viaggio: arrivo a destinazione ma anche destino, quel posto e nessun altro. Come qualcosa di sacro.
Discorso un po’ trombonesco dopo una campagna elettorale che spesso per le nostre città è stata tutt’altro che serena, coltellate più che fioretto, come se le città non dovessero dare il meglio di se stesse. Soprattutto senza la preoccupazione di un buon nome da proteggere al di là delle opinioni e degli interessi. Ma è la politica, bellezza, anche se gli italiani ci aggiungono sempre di loro. Il problema è che la città o è visione collettiva o non è. Una visione condivisa, appunto un destino. Sapere e volere tutti insieme cosa diventerà da grande. E che leghi il povero al ricco, il giovane all’anziano, il capannone al giardino, la ciminiera alla piazza, l’autosilo al museo. Ciascuno col suo senso e la sua bellezza, perché può essere bello anche ciò che sembra brutto. Ciascuno per la sua parte nella missione di tutti. Un posto cui valga la pena dare gli anni della propria vita, far nascere i propri figli, ricercare e realizzare il proprio diritto alla felicità. Una città che ridiventi il cortile nel quale ci si ritrovi con quella civiltà del vicinato che non è solo vicinanza ma uno spirito in grado di ricucire anche le distanze.
Questa è l’identità, non basta uno stadio per essere baresi, foggiani, brindisini o potentini, le nostre città in cui si vota per il sindaco. Questa è la cultura di una città, il suo modo di essere, il carattere del posto e della gente. Che fa diventare città ciò che altrimenti resterebbe una serie di strade, di quartieri, di abitazioni, di servizi, di persone. Ciò che fa diventare le città un luogo con un filo che unisce chi le vive col suolo che calcano. Un comune sentire che le amministrazioni devono saper suscitare e comunicare insieme alla storia, alle opere d’arte, ai monumenti, ai teatri, alle pietre antiche, alle biblioteche, alle librerie.
Perciò cultura di una città non significa soltanto concerti, spettacoli, incontri, dibattiti, sagre, rappresentazioni storiche. Non significa soltanto un castello, una cattedrale, un santo, gallerie, palcoscenici, scalinate, artisti, associazioni, università. Non significa soltanto un marchio che caratterizzi la città dalle targhe stradali ai colori delle panchine, dai lampioni alle aiuole, che faccia riconoscere Bari, o Foggia, o Brindisi, o Lecce o Taranto. Cultura di una città è anche la convinzione che quanto più la città vorrà e saprà contare su tutte le sue energie e le sue buone volontà, tanto più conterà la città e varranno le sue energie, si tradurranno in lavoro e in serenità e in bien vivre, gusto di starci. Uno sciovinismo che faceva dire all’avvocato Agnelli che mai avrebbe fatto qualcosa di dannoso per Torino perché era casa sua. E che le ha fatto donare i suoi tesori d’arte. Come può fare adottare un albero o un marciapiede, nello stesso modo in cui un tempo ciascuno puliva la strada davanti alla sua porta e tutto era pulito. E cultura di una città è comunicazione emotiva come una Coca Cola, lo spettacolo delle sue musiche, dei suoi suoni, delle sue commedie, ma anche lo spettacolo a cielo aperto della sua gente, di ciò che è e di ciò che fa.
Cultura di una città è il genio di produrre idee oltre che cantori di una narrazione, vestali di un dialetto, custodi di una tradizione. Idee tanto più preziose quanto meno sono i mezzi a disposizione. Una città che esprima più orgoglio che paure, anzi che sappia trasformare la paura in energia. E che abbia la vista lunga dei profeti, che sappia preparare il suo domani. Così ogni città sarebbe una città di cultura. Così ogni città avrebbe più citoyen che citadin, più cittadini innamorati che casuali. Così la città avrebbe quella capacità di attrazione di cui parlano i maghi del marketing: attrazione di affari, di turismo, di studenti, di abitanti, di ricchezza. Una città più amante che madre. Detto tutto questo, non resta che sperare che i prossimi amministratori ne tengano conto con l’augurio accorato, molto accorato, di buon lavoro.

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