Lunedì 18 Marzo 2019 | 23:06

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Oramai, in Italia, c'è un senso di profonda d'incertezza. Non si è più sicuri di nulla. Si aggiunge, inoltre, la manipolazione continua dei fatti, perché come riceve Orwell: «se i fatti non ci piacciono, dobbiamo cambiare i fatti». Veniamo al punto. In Basilicata, si deve votare per il rinnovo del governo regionale. Lo hanno fatto il Molise, il Friuli e il Trentino, lo faranno a breve l’Abruzzo e la Sardegna. Ma che succede nella terra di grandi giuristi e di uomini delle istituzioni, come Gianturco, Nitti o Giustino Fortunato? Succede, che con la legge si fanno le polpette. Si deve votare nel mese di gennaio, ma arbitrariamente si sposta la data a maggio. Ripeto, «arbitrariamente» e di fatto nel consenso di forze di governo e di opposizione.
Se fino a prova contraria l’Italia resta un Paese unitario, di grazia, mi spiegate perché anche l'Abruzzo o la Sardegna non dovrebbero votare per il rinnovo dei rispettivi governi regionali a maggio, accorpando le proprie elezioni di febbraio a quelle europee? Il principio vale per tutti o non vale per nessuno.

Il Governo di Roma, allora, deve e può fare quello che compete al Governo, come si deve fare in uno Stato di diritto. Che venga fissata una data intermedia, che il mese di febbraio, scelto dall’Abruzzo e dalla Sardegna, vada bene anche per la Basilicata.

Non è una questione di forma, è una questione di sostanza. Per le seguenti ragioni:
1) Non si aggiusta la legge a proprio piacimento, benché con pareri illustri. Il voto è un diritto, che va esercitato nei tempi previsti. Spostare in avanti il voto di sei mesi è un arbitrio.
2) Tutti i sondaggi danno la Lega in fortissima crescita a livello nazionale, con un trend che si consolida, ergo il rinvio del voto in Basilicata fa bene alla Lega.
3) Per il Pd del presidente uscente della Regione, Marcello Pittella, il rinvio è una mano santa. Chi è attualmente sospeso dal proprio incarico, con un divieto di dimora nel capoluogo dove governava, può solo sperare nel tempo, che in questo caso non sarebbe galantuomo.

Come si diceva in «Via col vento»: domani è un altro giorno.

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