Lunedì 18 Marzo 2019 | 15:09

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Lo choc è forte ma per fortuna qui non siamo terra di fuochi

Oltre trent'anni fa, in quell'area, venivano scaricati rifiuti di ogni tipo, nella famosa discarica di via Caldarola dove materiali di ogni genere era facile che prendessero fuoco

Tumori, 21 morti nello stesso palazzo. Procura Bari: «Per roghi ex discarica via Caldarola»

In una cittadina remota nel cuore dell’America, gli scienziati si domandavano la ragione di una così alta incidenza di tumori maligni. E non riuscivano a formulare una teoria. Acqua e aria buone, cibo sano, nessuna industria, nessun antennone. Niente. Ma da decenni ogni famiglia seppelliva qualcuno dei suoi cari ucciso dal cancro. La risposta, infine, potè solo essere di natura magica: almeno un paio di secoli prima, in quella zona, si era consumato uno dei più feroci massacri di nativi, un intero villaggio indiano affogato nel suo sangue. Gli scienziati rimasero abbastanza scettici, ma almeno la gente placò il suo bisogno di risposte. Era la memoria di una violenza inaudita che riemergeva dalle viscere della terra come un inesorabile effluvio maligno.

Era come se la falce della morte da quei luoghi non fosse mai andata via. Così nel quartiere Japigia di Bari, in un condominio popolare di via Archimede, qualcosa di sinistramente magico si è susseguito senza nessuna ragione: ventisette casi di tumore in 26 anni, ventuno i morti, una falcidie di condòmini concentrati in 9 piani. Il palazzo dei misteri, alla fine, lo hanno chiamato, con un’aura di sospetto che ha portato spesso gli altri «fortunati» abitanti di via Archimede a trattare i vicini come appestati, «là abitano, là abitano...», sussurrano gli altri indicando qualcun altro dal quale stare bene alla larga.

Ma qui, chiariamoci subito, la magia c'entra poco. Lo sa bene la Procura della Repubblica: oltre trent'anni fa, in quell'area, venivano scaricati rifiuti di ogni tipo, nella famosa discarica di via Caldarola dove materiali di ogni genere era facile che prendessero fuoco (talvolta in autocombustione, altre volte... chissà). Qualcuno dei residenti di via Archimede ancora li ricorda, i fumi neri e densi che si levavano verso il cielo, oltre le finestre chiuse, in una stagione dove la sensibilità ambientalistica era un concetto astratto e le periferie (tale era Japigia, all'epoca) erano un affare che non interessava a nessuno, se non a certi palazzinari. Piccola, diabolica coincidenza: dall'altra parte di via Caldarola, questa lunga strada che dal centro della città, tagliando in due il quartiere, conduce alla statale 16, si stendeva la Fibronit, la fabbrica di cemento-amianto e morte, pure finita al centro di una inchiesta della magistratura barese, pure riconosciuta causa delle neoplasie che hanno minato la vita di decine e decine di persone e oggi quasi al termine di un complesso processo di bonifica.
La discarica di via Caldarola, invece, è stata bonificata da tempo, almeno da trent'anni, tanto che riconnettere la sua attività mefitica ai lutti di via Archimede è stata opera lunga e difficile. Perché il passato tendiamo a dimenticarlo soprattutto quando è pieno di errori, cattive prassi, ignoranza, cose, insomma, di cui non andare granché fieri. «Scordiamoci il passato...» cantano non a caso i solari napoletani con cinico realismo così quanto lo sono i fatti con i quali la Procura barese fa oggi i conti chiedendo l'archiviazione dell'inchiesta. I responsabili di quella discarica, di quella combustione indistinta di veleni, di quei fumi che uccisero i residenti di via Archimede 16? Boh! Vallo a capire, dopo tutti questi anni. Basterà, a quelle persone, conoscere i motivi che li hanno separati per sempre dai loro affetti? O non è forse ancora più doloroso dover convivere con un’assenza e con una beffa? L’ancestrale bisogno di giustizia mortificato da una legge disarmata e impotente.

Pur condividendo lo choc di quelle famiglie e probabilmente di tutti i baresi messi faccia a faccia con una verità inquietante, lasciateci prendere le distanze da chi oggi, con categorie approssimative, parla di «terra di fuochi». No, non è questo il caso. Un luogo dove l’incendio dei rifiuti viene scientificamente gestito dalla mafia, di nascosto, con un giro di soldi straordinario, in barba alle regole e nel più totale disprezzo della vita umana, ecco, quello è una «terra dei fuochi» come ci hanno insegnato le inchieste della magistratura campana. Forse anche da noi si sono consumate in passato situazioni del genere, seppur in maniera episodica. E di sicuro i roghi che ciclicamente divampano a Santa Rita, a Carbonara 2, a Santa Caterina e sul lungomare di San Giorgio sono riconducibili allo smaltimento illegale di rifiuti, sebbene privo di una regia mafiosa. Altro è la leggerezza grossolana, l’incapacità, la disattenzione con le quali venne gestita la discarica di via Caldarola, in una stagione, ripetiamo, di straordinaria cecità. Oggi tutto questo non sarebbe possibile.

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