Mercoledì 19 Dicembre 2018 | 08:02

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Le montagne da scalare per il futuro leader del Pd

L’identità del prossimo timoniere del Pd dipende soprattutto dalle mosse di Renzi

Matteo Renzi

Chiunque sarà il futuro leader del Partito democratico, non vivrà giorni facili. Non già perché la maggioranza di governo gialloverde sia più irresistibile del Brasile capitanato da Pelè, ma perché il Pd è segnato da mille dubbi e inquietudini, oltre che da molteplici lacerazioni. Fino a pochi mesi fa, nonostante la doppia batosta referendaria ed elettorale, Matteo Renzi era, se non il padrone, di sicuro il padroncino di casa dem. Adesso colui che rottamò la classe dirigente del Pd si trova in una condizione assai curiosa: nessuno, tra i concorrenti alla segreteria del partito, vuole la sua benedizione ufficiale, ma tutti, o quasi tutti, vorrebbero in silenzio i voti renziani per vincere alle primarie. Se non è considerato un appestato il senatore fiorentino, poco manca. In compenso l’identità del prossimo timoniere del Pd dipende soprattutto dalle mosse dell’ex premier.

Già in estate il tam tam tra i «Democratici» riferiva che Renzi puntava a un rinvio, a dopo le europee di primavera 2019, del congresso piddino. Se il voto per Strasburgo fosse risultato soddisfacente o non deludente per il Pd, l’ex premier-leader sarebbe rimasto nei ranghi. Se, invece, il voto avesse provocato più brividi di una doccia gelata, Renzi avrebbe riordinato le carte per migrare altrove, verso il centro, fondando, alla Macron, un club politico tutto suo. Pare, adesso, che il congresso dei dem possa o debba svolgersi prima dell’eurovoto (in calendario, appunto, a maggio 2019) anche se permangono elementi di incertezza in proposito. Di conseguenza Renzi sarà costretto a decidere in tempi brevi cosa fare da grande: rimanere nel partito che si richiama ad Aldo Moro (1916-1978) e ad Enrico Berlinguer (1922-1994), o prendere il largo con una nuova sigla politica? Dicono che lo staff renziano sia spaccato come una mela: metà vuole restare nel Pd, l’altra metà vuole mollare gli ormeggi. Renzi, per ora, lascia intendere di non voler cambiare aria, però non è escluso che, strada facendo, cambi idea. Comunque. L’ex sindaco di Firenze non controllerà più le truppe di un tempo, ma un piccolo zoccolo duro elettorale gli è rimasto fedele, avendo apprezzato in lui un soggetto in grado di rischiare, non solo di mediare.


Ma non è soltanto il fantasma di Renzi a turbare il sonno degli aspiranti condottieri di una forza che meno di 5 anni fa oltrepassò, in cabina elettorale, quota 40 per cento. Gli scogli da schivare e i punti da chiarire sono numerosi, a cominciare dalla modalità e dal risultato della partita congressuale. Se nessuno dei competitori dovesse ottenere, ai gazebo, la maggioranza assoluta dei voti referendari, la scelta del leader verrebbe affidata ai giochi e agli accordi tra le correnti. Con epiloghi inimmaginabili e quasi certamente paradossali. Ad esempio, il terzo classificato, i cui voti sarebbero fondamentali per raggiungere la maggioranza assoluta, si ritroverebbe nella felice condizione di designare lui il segretario, scegliendolo tra il primo e il secondo nella volata delle primarie.
Ma le domande non sono finite. Quale dovrà essere la linea politica del Pd? Restare all’opposizione e basta? Fare l’occhiolino al M5S? Organizzare un fronte repubblicano con gli antipopulisti in nome dell’europeismo? Concentrarsi sui contenuti e decidere caso per caso, o legge per legge? Aprire a sinistra o ai moderati?


Finora i candidati alla segreteria non si sono sbilanciati molto sulle alleanze, salvo dire che non vogliono avere nulla a che fare con la maggioranza di governo e con i due partiti che la compongono. Ma sarà sempre così? E se il contratto tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini subisse uno strappo irreparabile, se M5S e Lega tornassero a combattersi come in passato o come succede tuttora nelle assemblee regionali, che farebbe il Pd: rimarrebbe a guardare in attesa del verdetto popolare o si rimetterebbe in pista per intese parlamentari più larghe o meno provvisorie? In tal caso, sembra ovvio, non foss’altro che per ragioni numeriche, sarebbe il Movimento grillino il partner inevitabile del Pd. Ma su alcuni temi clou, (energia, rifiuti, ambiente eccetera) la linea anti-industrialistica e ultra-ecologistica dei Cinque Stelle mal si concilierebbe con le posizioni di quella sinistra riformista che sui medesimi tempi, oltre che Europa, lavoro, fisco e accumulazione, non è molto distante dalle corde del centrodestra, che, a livello locale, comprende la stessa Lega di Salvini.


Insomma. Chi conquisterà lo scettro dem non potrà eludere la questione delle alleanze, dopo il tema dei contenuti. Allora. Dovrà intensificare la linea di sinistra o dovrà prendere in considerazione i suggerimenti di due economisti del calibro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, oggi più di ieri sostenitori di una forza progressista aperta al mercato senza se e senza ma? E se il nuovo capo del Pd optasse per le sollecitazioni di Alesina e Giavazzi, attenti più alle esigenze dell’accumulazione che alla necessità di redistribuzione della ricchezza, ciò vorrebbe dire che anche Salvini potrebbe figurare nella lista dei possibili compagni di strada del Pd?
Ci stiamo allargando molto. Vogliamo solo dire che non invidiamo gli aspiranti leader del Pd. Uno, perché le primarie non saranno una passeggiata. Due, perché il dopo-primarie (indipendentemente dalle scelte di Renzi) sarà più faticoso di un Giro d’Italia tutto in salita.

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