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Forza donne del Sud, una piazza anche per voi

Ma una piazza al Sud, non c’è una piazza al Sud? Non per scopiazzare quella di Torino. Ma perché a Torino è scesa in campo un’Italia la cui colonna sonora è sembrata quella di Jovanotti: «Io penso positivo perché son vivo, perché son vivo». Una piazza che sia per qualcosa e non contro qualcosa. Una piazza organizzata dalle donne e non dagli uomini. Una piazza senza la psicologia delle folle immortalata già alla fine dell’800 dal sociologo Gustave Le Bon. Le folle nelle quali si perde ogni ragione, regredendo a un livello primordiale. Tutto il contrario. Soprattutto il contrario di recenti giorni di livello non proprio da ricordare, non proprio i migliori della nostra vita (citazione anche per Renato Zero).

Sono stati giorni di giornalisti apostrofati come «sciacalli», «pennivendoli», «prostitute». Sono stati giorni in cui Grillo ha definito quelli di Torino «borghesucci annoiati» cui è mancato solo un Giorgio Gaber (eccone un altro) a prenderli in giro. Borghesucci che trasformerebbero i conflitti sociali in «questioni di salotto». Sono stati giorni in cui è venuto fuori un video in cui l’ormai mitico Casalino, portavoce del governo, diceva che anziani, bambini e persone down gli danno «fastidio», gli «fanno schifo come fa schifo un ragno». E giorni in cui una assessora leghista di Ivrea ha detto che vorrebbe mozzare le braccia agli «zingari di m.». Espressioni non da valutare politicamente, ma come segno del costume del momento. Mala tempora.
Così nella piazza di Torino c’entra di sicuro il «sì» alla Tav, quell’alta velocità ferroviaria verso Lione che i Cinque Stelle vorrebbero bloccare. Figuriamoci la Tav, sulla quale non la pensano alla stessa maniera neanche Di Maio e Salvini. Ma la novità di Torino è che non c’è stato neanche un «Vaffa» o dintorni, insomma nessun linguaggio corrente. Non bandiere né simboli. Non sporcizia né disprezzo per il luogo pubblico. C’è stato piuttosto più dovere civico che rabbia non civica. C’è stata più volontà di impegnarsi che depressione. Più volontà di fare che di sfasciare. Più voglia di esserci che di disertare. Più ansia di futuro che nostalgia di passato. Più reazione che rassegnazione. C’è stata più una proposta che un veto. Niente odio, né risentimento né aggressione.


Certo è la stessa Torino che già con la «marcia dei 40 mila» nel 1980 rimise in moto non solo la Fiat paralizzata dallo scontro sindacale, ma anche l’Italia. Ma è anche la Torino che ha già rinunciato alle Olimpiadi invernali e ora teme di essere tagliata fuori dal progresso se non si fa la Tav. E teme che sia tagliato fuori tutto il Paese se non si fanno le grandi opere pubbliche. E sarebbe perlomeno banale se chi la pensa così fosse considerato nemico della svolta come la intendono i Cinque Stelle, sono contro di noi, ecco quella piazza. Essendo invece in campo non posizioni partitiche ma concezioni del mondo. Questo detto ad uso soprattutto degli «scemi del villaggio» sempre pronti a vomitare faziosità e fango in Internet.


C’è attorno all’attuale governo un consenso popolare mai registrato negli ultimi decenni. Incontestabile e inedito. Ma attorno alla piazza di Torino c’è un’Italia molto più diversificata di quanto voglia far credere la narrazione di potere. Una minoranza forse non più silenziosa che non ha voluto commistioni con sigle politiche, fossero anche di opposizione. Vade retro (quale opposizione, poi). Che ha voluto spezzare l’aria di disimpegno. Ma che ha voluto anche ribadire l’alternativa non più strisciante a una cultura del non fare, all’elogio della purezza mistica che vede nell’opera pubblica solo una offesa all’ambiente e una fonte di corruzione. Una piazza che non voleva rassegnarsi all’Italietta. Immaginando un’Italia dalla quale, Tav o non Tav, i suoi giovani non partano più per sfiducia. E volendo dire che, giusto o sbagliato, anche di fronte alla democratica forza dei numeri in Parlamento un altro mondo fuori dallo scontro c’è. E chiede di essere ascoltato.


C’è anche al Sud un piccolo movimento tellurico timoroso che pure stavolta, nonostante il suo voto di rottura, si finisca nel solito Sud che non esiste. Non esiste neanche nel prossimo Giro d’Italia, se non fosse per la tappa dal buon padre Pio. Sud citato solo tre volte nel progetto di bilancio nazionale. Sud incerto sull’esito di un pur discusso e discutibile reddito di cittadinanza stretto tra fondi da trovare, ostilità del Nord da superare, giravolte da evitare. Né bisogna andare ad importare sette donne come quelle che a Torino hanno avviato una piccola diversa storia italiana. Le guerriere del Nuovo Sud ci sono. Sono quelle che hanno meno asili per i loro bambini, meno assistenza per i loro anziani, meno lavoro per i loro figli. Le piazze dovranno attendere?

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