Sabato 20 Aprile 2019 | 22:51

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«Dovevamo insospettirci già per gli orologi: quanti ne abbiamo dovuti abbandonare per non aver cambiato in tempo la batteria?»

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Dovevamo insospettirci già per gli orologi: quanti ne abbiamo dovuti abbandonare per non aver cambiato in tempo la batteria? L'ansia di un nuovo modello e il disuso progressivo dell'oggetto (perchè segnare i polsi se l'ora si guarda sul telefono...) hanno sviato la riflessione. Neppure il ferro da stiro e il frullatore morti senza un rantolo hanno fatto scattare il campanello d'allarme che sì, doveva suonare forte quando la faccia di quello che una volta era un tecnico riparatore si è illuminata di un sorriso beffardo e ha sentenziato "Non si può aggiustare, fa prima a comprarlo nuovo..." "Ma io non voglio fare prima, voglio il mio elettrodomestico di prima!". Battaglia inutile, nell'era elettronica e informatica tutto si ferma, anche se non si distrugge: ogni prodotto è soltanto un mezzo per comprarne uno nuovo, che avrà vita più breve del precedente. Un modo semplice per spiegare l'obsolescenza programmata, un'irritante contraddizione in termini che indica l'invecchiamento precoce fissato dalle ditte costruttrici con grande anticipo sull'effettivo fine corsa di ciò che vendono. Una logica perversa che, malgrado le prime due maximulte appioppate dall'Antitrust ad Apple e Samsung, investe a macchia d'olio tutto il nostro mondo tecnologico, in cui la domotica consente di accendere a distanza clima e lavatrice, ma non ci risparmia la sostituzione forzata e improvvisa di quei compagni di vita diventati ormai le nostre braccia, le nostre gambe, la nostra voce (e croce). Sembra inutile chiamare l'assistenza con il bucato rimasto troppe volte a metà... Con l'auto è anche peggio: quanti si sono pentiti dell'acquisto dopo il primo tagliando seguito da difetti prima impensabili? Basta una spia accesa sul cruscotto, ormai la plancia di un aereo, ed è il terrore: la macchina va subito portata in officina se fa il favore di marciare ancora, perchè può essere anche un fuoristrada con le ruote alte come gommoni, ma se la centralina non va, si blocca senza compassione. Dopo due o tre di queste docce scozzesi chi non si tuffa sulla prima promozione per liberarsi di quell'aliena? Poi c'è lui, sua maestà smartphone, bersagliato come e più dei computer da frequenti aggiornamenti che inceppano le nostre giornate, creano il panico da isolamento, mettono in allarme chi non riesce a raggiungerci. Attorno a questo problema sono nate le class action che hanno innescato in Italia le multe, le prime al mondo, ai due giganti della telefonia, colpevoli di aver imposto a ignari consumatori di scaricare aggiornamenti software che, di fatto, hanno inficiato il funzionamento di costosi e modernissimi telefonini. I garanti hanno individuato in questo una precisa strategia per indurre le persone a comprare nuovi smartphone, le associazioni dei consumatori ora si entusiasmano con l'annuncio di azioni risarcitorie da parte degli utenti, ma in realtà è soltanto una goccia nell'oceano di una pratica commerciale che definire scorretta è un eufemismo. La corsa al consumismo è una forma di plagio collettivo cui è impossibile sottrarsi, a meno di non voler rinunciare alla tecnologia: dal cartello Phoebus che agli inizi del Novecento ridusse quasi a un terzo la vita della lampadina a incandescenza al caso attuale c'è in mezzo un millennio non bastato a spezzare la catena dell'acquisto indotto, pilotato in modo subdolo per garantire lunga vita soltanto a chi fabbrica (e spesso neanche quella, viste crisi e chiusure di aziende). Allora è l'anello debole che va rinforzato, riparato, anche se non usa più: si può telefonare anche da apparecchi meno sofisticati e costosi, tornare a scrivere sulla carta (invece che sullo schermo) almeno per brevi appunti, scegliere auto che non parcheggino da sole e non inviino messaggi. Soltanto alcuni modi per scongiurare la nostra di obsolescenza, che tanti, troppi aiuti stanno catalizzando a ritmi folli, vertiginosi, con il paradosso di studenti che non sanno più usare il dizionario: nativi digitali, ma con un futuro forse peggiore del presente.

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