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25 anni senza il genio Fellini in un’Italia senza bussola

«Federico Fellini come le albicocche: frutto della terra, dono della natura, delizia dei sensi»

25 anni senza il genio Fellini in un’Italia senza bussola

«M’han detto che era morto, ebbi uno shocke / Come se fossen morte le albicocche». Federico Fellini come le albicocche: frutto della terra, dono della natura, delizia dei sensi. È il finale del poetico commiato di Roberto Benigni all’indomani della scomparsa del regista di Rimini all’età dei 73 anni, il 31 ottobre 1993. Era il giorno dopo il cinquantesimo anniversario delle nozze con Giulietta Masina, che sarebbe morta il 23 marzo 1994. Federico il Grande aveva consegnato a Benigni una sorta di lascito testamentario chiamandolo a interpretare, nel 1990, il personaggio di Ivo Salvini in La voce della luna: «Eppure credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire...». Un invito a tacere tanto profetico quanto disatteso, considerando il caos e la mancanza di pudore che oggi imperano. Ha vinto il tipo di italiano sbruffone, servile quando serve, scaltro e opportunista immortalato da Alberto Sordi, il quale, lanciato da Fellini con Lo sceicco bianco e I vitelloni, diventerà presto «Albertone» in virtù della vocazione accrescitiva dei personaggi inadeguati a compiti superiori.

Nel Diario notturno di Ennio Flaiano, sceneggiatore di alcuni capolavori felliniani da La strada a Otto e mezzo, quel carattere nazionale ha un nome, anzi un cognome: «Franguillucci, mistero insondabile per troppa chiarezza, è l’italiano universale. Digiuno di geografia, ha girato il mondo, lavorando, facendo affari. Una volta si trovava nel Canada, faceva freddo. Scrisse alla madre: “Lascio il Canada, vado in Australia, così mi avvicino a casa”». E oggi probabilmente Franguillucci sarebbe al governo.
Il nostro regista più amato nel mondo, vincitore di cinque premi Oscar, è stato un raffinato antropologo dell’Italia novecentesca. Egli colse la prevalenza del grottesco, dell’abnorme, del beffardo, del bizzarro, di un onirismo/onanismo di massa, che discende dal «virus dannunziano» diagnosticato da Alberto Savinio o dal fascismo come eterna adolescenza (vedi Amarcord). Tale primato del grottesco scandisce il progressivo - meglio, regressivo - declino di una società invecchiata e impecorita, rassegnata e stanca, forse paga del ricordo o della pallida imitazione, spesso parodistica, della sua fioritura leggendaria nelle stagioni del boom anni Sessanta, ovvero della Dolce vita.

D’altronde, nel 1976 Fellini per il suo Casanova sceglie quale protagonista il canadese Donald Sutherland, «un candelone spermatico», scatenando discussioni a non finire sulla presunta lesa maestà del seduttore veneziano. Si radicalizza allora la vena funerea di Fellini, più evidente in Prova d’orchestra (1979), concepito all’indomani dell’omicidio di Aldo Moro per mano delle Brigate rosse, in cui il Nostro tesse l’apologo dell’innocenza perduta di un Paese che non riesce più ad accordare i suoni e i toni. È la prima elegia di un «lungo addio» visionario: E la nave va, Ginger e Fred e La voce della Luna.
Fellini aveva indovinato tutto dell’Italia entrata nel terzo millennio come se fosse il terzo secolo avanti Cristo: all’insegna del fescennino dominante in salsa bunga bunga (il Satyricon di Fellini da Petronio è del 1969!). Un gigantesco passatempo da Bar Sport on line - scrisse Umberto Eco - scandisce questa deriva, che Berlusconi ha interpretato per primo con l’irruenza mercantile e la libido senile che sappiamo. Poi, sono arrivati i giovanotti.

Fellini confidava sardonico e rassegnato: «Mio babbo voleva che facessi l’avvocato e mia mamma sperava che facessi il dottore, ma io ho fatto l’aggettivo: il felliniano». Eppure Federico non fu mai felliniano, a dispetto del talento da neologista: «amarcord», «dolce vita» e «paparazzo» pescato da Flaiano in un libro di inizi ‘900 (era il cognome di un albergatore di Catanzaro). Anzi, Fellini tentò di sottrarsi allo stereotipo di situazioni e personaggi caricaturali, eccessivi o carnascialeschi. Caso mai satireggiava le macchiette erotomani e le signore prosperose da Anita Ekberg a Saraghina alla Gradisca, sebbene con la tenera complicità che, per altri versi, riservava alla Masina. Fanno testo le quattro lettere inedite di Federico alla moglie del 1992, appena pubblicate da «Famiglia Cristiana»: «Giuliettina mia adorata, sei sempre una ragazzetta in gambissima e insieme con il tuo vecchierello faremo ancora qualche pastrocchio. Con te vicino sono ancora capace di fare capriole. Coraggio».

È la stessa compassione circense che promana dal genio musicale di Nino Rota nelle colonne sonore dei film felliniani, ricche delle suggestioni sonore delle bande meridionali che Rota apprezzò da direttore del conservatorio barese. E un attore pugliese, Sergio Rubini, è l’alter ego scelto da Fellini per il film autobiografico Intervista nel 1987.

Pur senza la struggente invettiva di Pasolini contro il Palazzo, il Riminese resta un lungimirante testimone sul campo. Nella nostra realtà mosaicata, eterogenea, contraddittoria, vige la disperata ricerca di un insieme, di una speranza, di un appiglio contro la solitudine. Siamo ancora sull’ultima spiaggia nel finale di La dolce vita con Mastroianni, omaggiato in una preziosa mostra romana nell’Ara Pacis a cura di Gian Luca Farinelli (fino al 17 febbraio). Al cospetto del mostro marino arenato, Marcello non riesce a cogliere le parole della ragazzina nel vento e le replica con un sorriso impotente. Oggi come minimo sarebbe oggetto di una serie di tweet con l’hashtag #machestaiadì?

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