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Sinistra, i Cobas e l’importanza di chiamarsi Emma

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Prima metà anni ’90, ascoltata una sera a cena nel salotto milanese di un noto architetto. “Questa volta voterò a sinistra”, si espresse un noto personaggio della vecchia generazione liberale meneghina, uno dei più noti commercianti di stampe antiche di tutta Europa.
«Questo Paese ha bisogno di riforme così radicali che se le fa la destra ci ritroviamo i carri armati agli angoli delle strade, se invece le fa la sinistra tutto fila liscio». 
Le cose non sono andate così e per fortuna i carri armati sono rimasti ad arrugginire nei depositi. In un paio di circostanze la sinistra (quella più o meno tale di Romano Prodi) ha vinto ma di riforme vere, soprattutto quelle che erano ritenute fondamentali già 15 anni fa, non se ne sono mai viste. E quando Bersani ci ha provato con le sue “lenzuolate”, le ha prese di santa ragione (ricordate gli assalti dei tassisti?). Quando invece è prevalsa la destra, salvo le leggi ad personam o i condoni vari, delle riforme strutturali che necessitano al Paese, le annuncia solo Berlusconi nelle sue estemporanee esternazioni.
Il discorso - carri armati a parte, usati ovviamente come metafora - del controllo delle piazze come strumento di pressione politica, è tuttora di grande attualità e mi è tornato prepotentemente in mente di fronte a due episodi accaduti negli ultimi giorni e che avranno un certo peso nella vita del Paese nel prossimo futuro. Si tratta degli incidenti provocati a Torino dai Cobas della Fiat che hanno tirato giù dal palco il leader della Fiom Gianni Rinaldini, e il discorso della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia nell’assemblea degli imprenditori giovedì scorso.
Partiamo da quest’ultima. Sarà pure seriosa e composta come un’altra Emma, la radicale Bonino, ma l’avere marchiato di un così pesante fastidio l’incipit, l’approccio sempre così banalizzante con cui il Premier usa affrontare temi così seri per la vita dello Stato, ci fa dire un solenne: grazie! Ma questo è niente. Ciò che conta di più è quello che la Marcegaglia ha detto dopo. E’ stata, per durezza e determinazione, la presentazione del conto da parte degli imprenditori a Berlusconi dopo l’appoggio che gli hanno dato nelle elezioni politiche del 2008. La Emma di Confindustria è stata chiara: ora signor Berlusconi hai i numeri e il consenso per fare le leggi strutturali che mettono l’Italia al passo dei tempi e degli altri paesi moderni. Non ci sono giustificazioni che tengano: fai quello per il quale ti abbiamo votato e fallo subito perché il Paese sta andando a rotoli. Anzi di più: c’è il rischio di un “collasso sociale”. Non so se la Marcegaglia pensasse anche alle piazze nell’immaginare il suo “collasso sociale”, ma certamente non ha potuto non tenere conto di quello che è accaduto a Torino. Potete giudicarlo come volete, ma è stato come se la Marcegaglia avesse voluto fare a Berlusconi ciò che a Torino i Cobas della Fiat hanno fatto a Rinaldini: tirarlo giù dal palco. A Berlusconi per annullargli il solito show mediatico degli annunci, a Rinaldini per marcare il possesso di una piazza.
Almeno due le ipotesi per i fatti di Torino. La prima è che la Fiom abbia sottovalutato la situazione e non abbia organizzato il suo mitico servizio d’ordine, quello che in centinaia di manifestazioni di piazza è sempre riuscito a tenere distanti autonomi o malintenzionati. L’altra ipotesi è che questo mitico servizio non esista più. Che un’epoca sia finita. I motivi sarebbero tanti, vanno dalla mutata geografia degli iscritti al sindacato (aumentano le categorie dei pensionati e si riducono quelle operaie, da sempre le più attive) alla scomparsa di quell’antagonismo militante che solo la vecchia sinistra sapeva garantire.
Che sbocco possono avere questi episodi? Occupare una piazza, o tenere grandi concentrazioni di folla per lanciare messaggi politici, è ancora possibile (Veltroni ne organizzò, con successo, una nell’ottobre scorso a Roma). Ma sono cosa diversa da quello che è accaduto a Torino. Certo è una ferita inferta alla Fiom, l’aristocrazia dura e pura della vecchia classe operaia comunista, ma sbaglia chi, cercando analogie con la cacciata di Luciano Lama da parte degli studenti dell’Università di Roma nel 1977, paventa pericolosi salti nel passato. All’epoca, nonostante il loro isolamento, la strategia delle Brigate Rosse smuoveva ancora qualche tormentata, sia pure molto marginale, coscienza di classe, o i sogni di qualche orfanello di quel comunismo, retorico e rivoluzionario, che scese dalle montagne dopo il 25 Aprile.
Quei giorni, ragionevolmente, non possono più ritornare. Il che non significa che il malessere non stia montando.

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