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La marcia dei romani per rifondare Roma

Roma è il perfetto anagramma della parola amor

Michele Mirabella

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Roma è il perfetto anagramma della parola amor. Non ho mai saputo se sia stato intenzionale nella fantasia creativa di Romolo e della sua gente, nell’onomaturgia dei fondatori, il gioco di parole e se sia nata prima la parola “amor” e, solo dopo, il toponimo “Roma”. O il contrario. Propendo per contrario perché piace di più a me che arzigogolo con il vocabolario e mi lascio affascinare dalle vicende della semantica. Mi piacque chiamare “Amor Roma” un programma televisivo, sulla rete Rai dedicata all’Educazione, in cui mi consentii il lusso, con la complicità di quel magnifico intellettuale visionario del mondo dei media che è Renato Parascandolo, di parlare o, meglio, di far parlare anche in latino. Mi torna in mente la vicenda personale che non avrei sciorinato se non spinto dagli eventi perché, oggi, sabato 27 ottobre 2018, sta succedendo qualcosa che pochi Romani avrebbero potuto immaginare solo tre anni fa. Molte migliaia di persone stanno affluendo da ore al Campidoglio per dire “basta!” alla distruzione di Roma. Il dramma è in atto: la città che è stata eterna non lo è più. Il paradosso è amaro, sa di cloaca, ma insegue col suo tanfo la coscienza collettiva dei cittadini e li spinge a ridiventare cives romani e a riaffermare la propria potestà suprema insieme al senatus. E il popolo, oggi, non si autoemargina sul Monte Sacro, non si mette a vaneggiare di riluttanze lavorative e scioperi, no. Il Popolo (la maiuscola è intenzionale) va in Campidoglio a protestare e si aspetta la collaborazione starnazzante delle oche insonni e vigili. Almeno loro, visto che i Vigili Urbani a Roma sono considerati una rarità. Gli stranieri, americani soprattutto, pensano che il traffico sia controllato dai legionari e centurioni che stazionano, molto più numerosi dei “pizzardoni” nel centro storico per prestarsi, a pagamento, a agli scatti delle foto ricordo dei turisti.

Il popolo, dicevo. Senza vessilli di partito, senza suggeritori incalzati da pericolose piattaforme inventate dalla stanca emulazione di Rousseau, esenti da pretestuosità politiche di bassa lega, il popolo chiede di essere benvoluto, amato, rispettato e, vivaddio, amministrato da coloro che sono stati scelti per farlo ed esige che la città tutta sia governata, curata, difesa. E pulita. Nessun Menenio Agrippa all’orizzonte, a raccontare quel truffaldino apologo delle mansioni fisiologiche che ci lasciava imbambolati, ma sospettosi in quinta elementare. Ricordate quella favola tratta, da Esopo, dello stomaco che deve essere nutrito dalle membra perché possa, dopo la digestione, ridistribuire alimento, sangue e forza alle stesse membra?

Qui la faccenda è diversa, se non altro per la semplice ragione che non si vede all’orizzonte del Monte Sacro comparire nessun notabile austero ed onesto di rango consolare in grado di convincere la plebe a tornare in via di Ripetta e, soprattutto, perché, dopo duemilacinquecentododici anni, Roma, alma mater, se la passa malissimo, quanto ad amministrazione e a gestione dei beni e dei servizi comuni. Uno spietato documentario filmato documenta nel fulmineo montaggio assecondato dalla canzone di Pappalardo “Ricominciamo” lo stato pietoso della città Roma, non senza mostrare anche le “immortali vestigia”, come dicevano i nostri professori di liceo con voce tremante dalla commozione. La sequenza è, più che altro, una sequela di squallori, abbandoni, teppismo amministrativo, sciagure della trasandata amministrazione, quando non della sua totale latitanza. Si vede perfino un cinghiale che si aggira stordito per le strade della città e si contempla, nel mistero dolorosissimo del traffico, questa vita boschiva e selvaggia nel selvatico e sciagurato disordine urbano punteggiato da incendi di autobus, allagamenti limacciosi e montagne di rifiuti marcescenti.

Gli autori del lancinante documento, con abilità professionale, lasciano, anche, intravedere la speranza con inquadrature di assoluta bellezza dei panorami architettonici e scultorei di Roma, con visioni magnifiche di questa scena teatrale immensa che ricama una narrazione millenaria i cui lasciti artistici e letterari non possono essere offesi oltre dall’incuria, dall’incompetenza, soprattutto. Perché le due minacce, insieme, sono micidiali. Non ci sono, nella folla, i capi dei partiti politici, non i leader delle fazioni che sono rimasti a guardare. Anzi continuano a restare a guardare. Per fortuna non si avvertono tentativi di parassitare l’ira saggia e ponderata della gente da parte di capibastone delle fazioni ansiosi di lasciti elettorali, spurgati da questa protesta civica che è protesta civile. Si ha l’impressione che, come spesso accade nella storia dei popoli, il barlume della novità, in politica, possa cominciare a brillare da angoli nascosti, dalle pieghe più impensabili della vita collettiva, da una canzone di Pappalardo che parla della sua donna e alla sua donna, ma che ben si attaglia all’amore semplice, picaresco, sincero dei Romani per Roma. E il popolo, stanco, ma non vinto, no, mai, non a Roma, ora protesta e scende in piazza. Rivendica il suo diritto a vivere nella più bella città del mondo non come fortunati cittadini, ma curatori privilegiati di un patrimonio immenso da cui è germogliata gran parte della cultura del pianeta.

Da questo corteo di persone per bene, nel senso dell’amore per la dignitas civica che, poi, è la radice non solo etimologica della parola civiltà, possa venire una naturale inclinazione a reinventare la politica e riprogrammare la democrazia sostanziale e a inventare nuovi e più aggiornati alla modernità, strumenti dell’amministrazione della cosa pubblica. E ritrovare l’antica madre repubblicana. Qualcuno, certo, ricorda i versi di Virgilio, Eneide, libro III, “antiquam exquirite matrem”, l’istigazione ai Dardani a cercare l’antica madre, l’Italia. Ma Roma è ancora da fondare quando l’oracolo istiga. Dunque, potremmo riprendere quelle parole e usarle come motto di questa giornata. “Ricerchiamo l’antica madre”. Roma.

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