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Le parole, la sintassi e la buona politica

Le parole, come i Latini sapevano benissimo sono importanti. E il corretto uso della lingua altrettanto

Michele Mirabella

Michele Mirabella

Le parole sono, spesso, decisive. «Nomina sunt consequentia rerum» sentenzia Giustiniano e i Latini avvertono: Nomen Omen, nel nome il presagio. È noto che Cicerone contro Verre si accontenti di citare il nome dell’avversario: in latino evocava il porco. Finezze estranee alle moderne contese: si dà direttamente del maiale a qualcuno. Soprattutto in Italia, il maiale si fa carico di denominare chi ecceda in pratiche sessuali e si prodighi con tenacia nel disbrigo di queste, anche in ambiti, diciamo così, eterogenei. Insomma è uno sporcaccione. Dante onomaturgo, coniatore di parole, le cura, non abbandona al destino ciò che inventa. Se ne assume le responsabilità. Berlusconi, non passerà alla storia come epigono dantesco, ma è stato attento e, prelevando un incitamento dal famigliare repertorio calcistico, escogitò «Forza Italia»: prese una per una, due belle parole, messe insieme, diventarono un partito. Ma generarono anche parole brutte come forzista. E il Cavaliere se n’adombrò, lamentò un sapore negativo del neologismo e chiese di chiamare i suoi iscritti «azzurri».

Ma questa è storia dell’altro ieri. Quando, in molti, credemmo di aver toccato il fondo, sentimmo, invece, bussare dal sottofondo. E il comico Grillo, non attore, per carità, solo comico, come lui sa benissimo, escogitò un nome per il suo «movimento» che sembrò prelevato dal codice delle guide alberghiere: 5 stelle. Una specie di voto attribuito dai calepini per viaggiatori concesso alle residenze più comode, anzi, quella scheggia di firmamento designa i migliori alberghi, i più lussuosi e costosi.

Ignoro la ragione che ha spinto gli imprenditori della «Società Casaleggio associati» alla scelta della designazione alberghiera per il partito (loro lo dicono movimento) di loro proprietà, ma posso azzardare un’ipotesi sorniona: quella di ammonire sprezzantemente la plebe, altro che populismo, con il dettato che la democrazia rappresentativa, da loro detestata, prevede un provvisorio girovagare di tipo turistico, uno stazionamento transitorio, di locanda in locanda, come i guitti o i rappresentanti di commercio. Il continuo stazionamento dei mestieranti del potere di cui loro predicano il dissolvimento, sarà sostituito da delegati della plebe vigilati e pedinati dalla folla ospitati in più lussuose dimore. Dove impera il principio più ovvio e stupido che si possa immaginare: che «uno vale uno» ai fini della politica e, dunque, dell’esercizio della pubblica amministrazione e della gestione della «Res publica».

Le parole, come i Latini sapevano benissimo sono importanti. E il corretto uso della lingua altrettanto. Non si può, come ha fatto su «Twitter» il vicepresidente del Consiglio Di Maio, impunemente pronunciare la frase: «Mi commuovo quando penso a tutta la gente che mi chiede se sarei in grado di….» e continuare a occuparsi di politica. «Se sarei» non si dice, anche nella improbabile costruzione cui andava sostituita una formula sintattica più limpida: il discorso diretto. Ma la sintassi è materia di intelligenza del reale e, dunque, ardua da praticare. La sintassi è l’arte della politica del linguaggio. E la buona lingua soccombe alle variazioni violente e ai soprusi lessicali come l’ultimo da me spigolato nel nostro giornale di ieri: quel «Non scudo il riciclaggio». Annuncio dato dal citato vicepresidente del Consiglio nella rissa con i partner di governo e pronunciato inventando il verbo «scudare». Invenzione del titolista? Lo auguro a Di Maio.

Gli affittacamere delle locande a cinque stelle hanno un concetto della politica che scaturisce da una certa ignoranza del rapporto tra parole e nomi da una parte e realtà dall’altra. O da un’astuta e voluta sottovalutazione.
Prezzolini segnalava tra gli Italiani un ingente gruppo di furbi, anzi sosteneva essere quasi la metà della popolazione a giudicarne i caratteri sommari. La furbizia è talento scemo e questo può sembrare, a torto, un ossimoro. Scemo nel senso di manchevole. L’Italiano è furbo perché nella sua anima latita il senso della comunità e, per questo, la sua intelligenza è lacunosa e aggioga la lingua al più esoso dei trasporti, quello della volgarità, lo «schierarsi dalla parte della propria ignoranza», come diceva Adorno. Il furbo svicola, arranca per scorciatoie anche in campo oltre che nell’obbligo morale, non ha senso dello Stato e considera la legge un limite allo sforzo arrogante del suo ingegno arbitrario. Chi intercetta la nascosta e rancorosa volontà dei furbi e li sdogana, periodicamente, in Italia ha fortuna politica. Se non si ferma alla jaquerie qualunquista, può dire con Mussolini: «Governare gli Italiani non è difficile, è inutile».

Questo convincimento stoicamente amaro non lo spinse a rassegnarsi e a tornare a scrivere da polemista mutevole, ma irriducibile in ogni trincea scegliesse. Avrebbe risparmiato molti terribili guai agli Italiani renitenti al farsi governare. Ma gli va riconosciuto un certo talentaccio, retorico e ampolloso finché si vuole, ma efficace e ridondante nel suo essere da buona grammatica azionato e sintatticamente corretto.

Ma il cinismo prevalse. Il resto è noto. Dei retori di oggi, retori scalcinati e patetici non c’è che dire, ci contentiamo di registrare la povertà del linguaggio, la squinternata lingua rattoppata, piena di solecismi e banalità e il tributo caudatario e triste della sottomissione al modernismo. Basti ascoltare la lingua tribunizia del Renzi Matteo che intercala instancabilmente la sua oratoria spicciola con continui anglismi plebei. Anzi «americanismi» popolarissimi come «okay». Penso all’educato e elegante stile delle tribune politiche degli anni Sessanta in televisione, all’eleganza sobria di Togliatti, all’ironia placida di Andreotti, al calmo e distaccato stile di Almirante, alla lingua di tutti, a cominciare dai conduttori come Jader Jacobelli, pura, corretta, comprensibile.

Il rispetto del popolo era implicito anche grazie alle regole della buona lingua. Era la Politica. 

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