Martedì 26 Marzo 2019 | 11:28

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Puntuali come le cambiali ecco le polemiche dopo il voto del Senato di ratifica della decisione del governo di ripristinare nel nostro Paese la produzione di energia nucleare attraverso la costruzione di centrali di nuova generazione. Secondo indiscrezioni, non si sa di quale fonte, la Puglia sarebbe interessata al progetto con la individuazione di due siti possibili: uno nel tratto (di costa?) che va da Carovigno ad Ostuni, l’altro tra Avetrana e Manduria. Entrambe località già ampiamente menzionate nei precedenti progetti, quelli di trent’anni fa. Il dubbio che non si tratti di indiscrezioni, bensì della solita acqua rimestata nei mortai mediatici solo per “stare sulla notizia”, c’è tutto per intero.
Per capirlo non c’è che da attendere. La legge approvata dal Senato, che ora va a Montecitorio e, se ratificata così com’è, assegna sei mesi di tempo al governo per individuare le localizzazioni e poi avviare tutte le complesse procedure per la costruzione delle nuove centrali. Conoscendo come girano le cose nel nostro Paese, bene che vada ci vorranno una ventina d’anni per vedere il primo kw di energia nucleare prodotto da una nostra centrale. E chissà se nel frattempo, non risultino già superate (si pensa a brevetti francesi stando agli accordi Berlusconi-Sarcozy)le tecnologie scelte per la loro costruzione o se gli studi per lo sfruttamento dell’idrogeno non abbiano già portato addirittura al superamento dello stesso nucleare. Tutto ciò non è strettamente attinente con l’argomento di oggi, riguarda piuttosto gli standard di funzionamento del sistema Italia, che in certi settori, quello strategico dell’energia o, ad esempio, dei trasporti, mostra ritardi paurosi rispetto agli altri paesi europei. Ma anche di questo ci si dovrà interessare.
L’esperienza ci porta a dire che è sbagliato affrontare discorsi così complessi con spirito ideologico, o peggio condizionati da logiche di schieramento. Tanto meno possiamo continuare ad essere così provinciali da ritenere che su questi temi l’Italia sia l’ombellico del mondo. Anzi! E i cittadini, tutti e di ogni parte d’Italia, devono tenere conto delle oggettività che certe scelte impongono, non ultime –specialmente dopo l’ultimo terremoto in Abruzzo- quelle della sicurezza. Ma la politica, il governo non devono ripetere gli errori di sempre. L’abbiamo già detto un paio di mesi addietro, lo ripetiamo oggi: far apparire queste scelte come calate dall’alto è il peggiore errore che si possa commettere. E’ già successo alla metà degli anni ’80 ad Avetrana, è successo più recentemente in Puglia con una serie di piccole centrali che quà e là si intendeva costruire, e a Brindisi dove ancora si combatte contro il rigassificatore che si intenderebbe far costruire alla British Gas a quattro passi dal centro cittadino. Non so se “lor signori” se ne sono accorti, o se ne usano l’argomento solo quando,strumentalmente, devono varare certe discutibili norme sulla sicurezza o sui clandensini, ma in questi anni è generalmente cresciuta nei cittadini, ovunque in Italia, la cultura della partecipazione e dell’impegno civile.
Tutti oggi giustamente vogliono esprimersi sul futuro delle loro città. E la gente la si coinvolge in più modi. In primo luogo facendola sentire interprete consapevole delle scelte e poi occorre essere più tangibilmente concreti. Il ricatto occupazionale non basta più! Sarà perché oggi –c’entra la civiltà della comunicazione?- le distanze è come si fossero annullate e l’emigrazione di questi anni dal sud verso il nord, o verso l’estero, che forse ha toccato le stesse punte di 50 anni fa, non è però diventato lo stesso fenomeno sociale, culturale e letterario di allora. Le “valigie di cartone”, che tanta emozione hanno provocato alla nostra generazione, non fanno piangere più nessuno. Andarsene, ahinoi!, è quasi normale per i giovani delle nostre città. Chi pensa di convincere la gente che accettare sul proprio territorio una centrale nucleare, o un rigassificatore, significa risolvere i problemi occupazionali o, meglio ancora, bloccare l’emigrazione, è un sognatore, peggio ancora se interessato. L’energia viaggia, spesso anche molto lontano rispetto a dove si produce e produce i suoi positivi effetti solo dove è richiesta. Lo sviluppo, quindi, prescinde dalla collocazione delle centrali che, per altro, non è che occupino un esercito di tecnici e operai.
E men che mai si metta in discussione la sicurezza. Su questo neanche si discute. O gli impianti sono costruiti secondo gli standard di massima sicurezza o non si fanno. L’interesse per la gente deve essere molto più concreto. Va detto con brutalità, senza nascondersi dietro un dito. A maggior ragione oggi con questo embrione di stato federale che è stato imposto. Che ci guadagnano in concreto le popolazioni locali sacrificando parti importanti del loro territorio per l’interesse generale del Paese. Di quale compensazione sono creditori?
E nessuno provi a cimentarsi nella macabra contabilità delle tragedie delle morti sul lavoro, o dei danni provocati all’ambiente dall’industrializzazione o dalle centrali a carbone: la causa la si conosce, ma anche come evitarle! E’ stato fatto.

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