Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:02

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Il cav. accetti la sfida riforme contro la crisi

Giuseppe De Tomaso
Giuseppe De Tomaso

Allora. È vero che in Italia, tra elezioni politiche, regionali, provinciali, comunali, referendarie eccetera si vota ogni anno, il che induce i governi a non cimentarsi con riforme severe e impopolari, ma è altrettanto vero che quasi mai, nella storia repubblicana, un esecutivo ha potuto operare in un clima così favorevole come quello in cui si muove il Berlusconi IV. Maggioranza parlamentare cospicua, sondaggi gratificanti, opposizione in difficoltà: neppure Alcide De Gasperi (1881-1954), la cui Dc il 1948 sfiorò il 50% dei voti, poté navigare con venti così favorevoli, non foss’altro perché il sistema elettorale del tempo esaltava la frammentazione partitica e deprimeva le leadership troppo ambiziose. Furono in parecchi, tra i maggiorenti (non solo) dc, a pagare senza sconti i propri disegni politici marcatamente decisionistici. Il più celebre tra i big accoppati quando essi parevano più inviolabili del piè veloce Achille fu Amintore Fanfani (1908-1999), lo scalpitante pony aretino, secondo la definizione-ritratto cucitagli addosso dall’amico di partito Carlo Donat Cattin (1919-1991). Tra i decisori di rango uccellati nel corso della Prima Repubbblica andrebbe annoverato anche Bettino Craxi (1934-2000), ma la sua caduta ebbe un’altra genesi.
Veniamo all’oggi. La storia delle democrazie suggerisce ai governi di celebrare i battesimi delle riforme nei primi anni di legislatura, in modo da poter raccogliere i frutti della semina nel successivo test elettorale. Certo, in Italia la giostra delle votazioni - abbiamo visto - non va mai in vacanza, ma ciò non giustifica l’eccesso di prudenza che si manifesta anche agli albori di ogni sessione governativo-parlamentare.
Alle corte. Tutti concordano che lo Stivale ha resistito meglio degli altri Paesi allo tsunami finanziario scatenato dai mutui facili concessi negli Stati Uniti. Merito, si è scritto, della cautela del nostro sistema bancario, la cui attenzione alle garanzie reali dei debitori - che una volta era bollata come atteggiamento miope e bigotto, degno di un padre padrone ottocentesco -, si è rivelata saggia e lungimirante. Domanda. Cosa sarebbe accaduto, nella Penisola, se anche i nostri istituti di credito si fossero dati alla pazza gioia, regalando mutui con la stessa lucidità di analisi di un giovanotto uscito ubriaco dal veglione di San Silvestro? Già, meglio non pensarci.
Eppure, nonostante la sobrietà nella politica bancaria riconosciuta alla quasi totalità del sistema finanziario nazionale, i dati della recessione italiana non si discostano dai numeri negativi registrati nelle altre nazioni occidentali. Segno, forse, che i guai attuali non dipendono esclusivamente dalle spensieratezze debitorie assecondate ed esportate dall’America, ma innanzitutto dalla debolezza strutturale della nostra economia, poggiata su un vulcano assai più pericoloso del Vesuvio: il debito pubblico (e meno male che sono calati gli interessi a carico del tesoro).
Giulio Tremonti fa il guardiano dei conti pubblici con l’aria di una preside austriaca. La parola che il ministro pronuncia più spesso è «no». Il che manda in crisi il partito unico della spesa pubblica, una lobby trasversale più insaziabile di un ippopotamo. Ma se Tremonti fa bene a alzare il Muro contro i costosi capricci di fasce di politici, imprenditori e sindacalisti, il presidente del Consiglio dovrebbe approfittare del momento delicato per trasformare - come avrebbe detto Aldo Moro (1916-1978) - gli stadi di difficoltà in condizioni di opportunità. In che modo? Ridando slancio alle liberalizzazioni, riducendo lo strapotere di alcuni apparati pubblici, eliminando le Province, innalzando l’età pensionabile, cercando di ridurre le tasse per dare slancio ai consumi, liberalizzando le professioni... Non è possibile, ad esempio, che chi auspica la flessibilità per i lavoratori dipendenti sia più pauroso di Don Abbondio nell’accettare la flessibilità per professionisti e lavoratori autonomi. E viceversa. Non si può essere corporativi a casa propria e liberali in casa d’altri.
Dunque. Oggi più di ieri è urgentissimo rendere più competitivo il sistema economico. Altrimenti si corre il rischio che, quando cesserà la crisi, i Paesi con le carte in regola potranno ricominciare a correre, mentre quelli appesantiti da mille zavorre stenteranno a reggersi in piedi. Ecco perché vanno sùbito messe in cantiere le riforme per la competitività del Paese.
Il paradosso è che molti interventi sollecitati al governo vanno nella direzione opposta all’obiettivo del risanamento. Se realizzati, alcuni progetti contribuirebbero ad aumentare l’imponenza del debito, anziché ridurla. Forse è per questa ragione che Giulio Tremonti, davanti a ogni richiesta, si è trasformato nel Signor No. Il Cavaliere, però, non deve sottrarsi alla vera sfida: utilizzare la «stagione del consenso» per eliminare le ingessature del sistema. Ovvio. L’operazione genererà molti scontenti, e l’indice di gradimento del Cav. potrà calare. Ma chiunque voglia lasciare il segno in politica, non può pensare di riuscire simpatico a tutti.

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