Martedì 26 Marzo 2019 | 23:08

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Si fa presto a dire «stop» ai profughi

Vito Antonio Leuzzi
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«Chiunque ... avendo un fondato timore di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale od opinioni politiche, si trova fuori dal paese di cui è cittadino… e non può o non vuole tornarvi a causa di tale timore».
 Questa definizione del termine «rifugiato» stabilita dal primo articolo della Convenzione Onu del 1951, non lascia dubbi sulla condizione di chi ha il diritto di chiedere asilo. Si stabilì anche, con l’articolo 33 («principio di non respingimento») , che gli Stati non potevano (e non possono) in alcun modo espellere un rifugiato verso le frontiere di territori in cui la sua libertà o la sua vita fosse in pericolo In una pubblicazione di alcuni anni fa, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha appurato che le persone in fuga dai paesi d’origine per timori di persecuzioni si fondono nella gran massa di emigranti in cerca di lavoro. Si calcola che su circa 150 milioni di persone che vivono fuori dai paesi d’origine circa il 10% sono rifugiati.
In questa spaventosa e difficile situazione governi e classi dirigenti nel proporre politiche restrittive ignorano e calpestano non solo la Convezione dell’Onu del 51 ma anche l’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, «il diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni».
Nella realtà odierna italiana desta stupore la perdita totale di memoria storica. Il fascismo, infatti, nel 1938 aveva varato una vergognosa legislazione razziale, senza considerare l’attuazione di politiche imperialiste e nazionaliste nei confronti di alcuni Paesi africani e delle popolazioni di confine, in particolare slavi, che precipitarono l’Italia nel secondo conflitto mondiale.
L’Italia, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e dopo la conclusione definitiva della guerra, tentò faticosamente di cancellare le vergogne del regime mussoliniano, sperimentando forme di accoglienza ad ex internati di diverse nazionalità soprattutto ebrei, ma anche a polacchi, greci, albanesi, e in particolare iugoslavi. La Puglia fu la prima regione dell’intera Europa dove furono installati campi profughi da parte dell’Unrra ( Amministrazione delle Nazioni Unite per i soccorsi e la ricostruzione) che nelle zone controllate dalle forze militari alleate, aveva tra l’altro il compito di assistere tutti coloro i quali furono costretti dalle vicende belliche all’esodo forzato dalla propria nazione. In tutta la costa barese da Bari a Trani e Barletta e in tutta la costa Salentina da Santa Maria al Bagno a Gallipoli e da Leuca a Santa Cesarea e Tricase si allestirono campi profughi gestiti prima dall Unrra e poi dall’Iro ( Organizzazione Internazionale dei rifugiati) che ospitarono decine e decine di migliaia di profughi e rifugiati, con il sostegno attivo delle popolazioni locali che dettero prova di grande solidarietà ed umanità.
Ma l’aspetto più sconcertante nell’attuale situazione del nostro paese è la dimenticanza della vicenda migratoria nazionale. In un secolo di storia ventisei milioni d’italiani hanno abbandonato definitivamente il nostro paese (il dato è limitato ai primi anni settanta del ‘900). E’ un fenomeno che per la sua ampiezza e caratteristica non trova eguali nella storia moderna di nessun altro popolo (l’emigrazione spagnola o portoghese nell’America del sud o anglosassone nell’america del nord non hanno una continuità così massiccia e presentano diversità sostanziali). E’ un fenomeno imponente, l’emigrazione italiana, soprattutto per le implicazioni relative al sistema economico, in quanto l’esodo ha coinvolto esclusivamente i lavoratori.
Sono note le vicende migratorie italiane in Argentina e Brasile e negli Stati Unti e Canada tra 800 e 900; tuttavia non è superfluo ricordare che nell’ Europa continentale degli anni Cinquanta del Novecento la maggioranza dei lavoratori stranieri (Belgio, Svizzera, Germania, Francia) era italiana.
Alcide De Gasperi per la maggioranza di governo e Giuseppe Di Vittorio per il mondo del lavoro erano perfettamente consapevoli di tutta la drammaticità della situazione dei lavoratori emigrati, in gran parte meridionali, e della necessità della loro assistenza, in particolare del problema drammatico dell’analfabetismo dilagante nelle regioni del Sud Italia. Di Vittorio e l’Associazione «Umanitaria» di Bari si erano battuti sin dal primo dopoguerra contro le politiche discriminatorie e d’esclusione, di alcuni Paesi, tra cui gli Stati Uniti d’America che nel 1917 vararono una disposizione «razzista», respingendo gli emigranti italiani analfabeti o di idee «sovversive».   La coscienza politica e sociale del paese è cresciuta negli anni Sessanta con queste consapevolezze e con le questioni del lavoro emigrato che erano al centro della politica nazionale e internazionale.
Appare stridente ed al contempo sconcertante l’arroganza mostrata da alcune forze politiche di maggioranza per gli atteggiamenti che richiamano vecchie forme di razzismo ed in particolare per il rifiuto di considerare il dramma dell’emigrazione e dei rifugiati delle zone più disastrate dell’Africa che premono sul Mediterraneo e sull’Europa.

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